Dalla Polonia a Hong Kong, la missione di padre Czesław Jerzy

Dopo quasi 10 anni di associazione al Pime, padre Czesław Jerzy Wojciechowski, 45 anni, originario della polacca di Torun, ha terminato il suo impegno con l’Istituto. Ha lavorato per cinque anni nella Cina continentale a Pechino, Nanning e Jilin, e poi altri tre anni nella diocesi di Hong Kong nella parrocchia di Sant’Andrea in Tseung Kwan. Continuerà comunque a cooperare con la missione di Hong Kong, rimanendo nella diocesi asiatica come sacerdote fidei donum.
Padre Wojciechowski è stato il secondo “pimino” polacco, dopo padre Agostino Placzek, ad operare in missione a Hong Kong. Ordinato sacerdote nel 1996, aveva chiesto il suo vescovo di lavorare come missionario diocesano in Ciad. Successivamente un vecchio monaco camaldolese, che era stato confessore di Giovanni Paolo II, gli aveva consigliato di andare in Cina. L’incontro col Pime e un attacco di malaria hanno prodotto un deciso cambio di rotta. Ora, dopo la ricca esperienza come associato al PIME, rispondendo alla richiesta del card. John Tong , ha ricevuto dal suo vescovo di Torun, monsignor Andrea Suski, il mandato missionario come fidei donum per la diocesi di Hong Kong. Lo abbiamo intervistato.
Don Czesław Jerzy, come è avvenuto il suo primo incontro con il Pime a Roma?
Grazie al beato Paolo Manna, quando ho accostato il suo pensiero durante miei studi di missiologia all`Urbaniana e visitando la sua casa a Ducenta. Ogni tanto accompagnavo alla Casa Generalizia del Pime i preti-colleghi dal Collegio San Pietro a Roma, provenienti dal Bangladesh o Cina e altri amici del PIME. Ho consultato anche l’archivio del PIME, che serviva per la mia ricerca.
Quale servizio ha svolto in Ciad e per quanto tempo?
In Ciad sono stato due volte: prima come studente dottorando, in una missione in Ndjamena nel 2000 e la seconda volta dopo il dottorato, come il “fidei donum” per la diocesi di Ndjamena, dal 2003 fino al 2005, quando ho avuto un grave colpo di malaria. Il vescovo di Ndjamena, il gesuita Charles Vandame mi ha chiesto di insegnare nel Seminario Maggiore Interdiocesano in Sarh e svolgere il ruolo del prefetto degli studi. Insegnavola patrologia, liturgia, introduzione alla spiritualità e la storia della Chiesa. Nel questo periodo, insieme con i nostri seminaristi abbiamo aiutato le Suore Missionarie della Carità nel loro lavoro con i poveri e nel prigione.
Anche durante il suo periodo in Africa ha avuto contatti col Pime: ce ne può parlare?
Ogni tanto incontravo missionari PIME del Camerun durante nostri raduni formativi ecc. In Ciad, ispirato dal libro del card. Costantini e dai scritti di padre Manna, ho deciso di scrivere una lettera al Padre Ferdinando Galbiati che lavorava a “Propaganda Fide”come Segretario Generale della PUM perché mi spiegasse come diventare “associato” col PIME: pensavo allora di lavorare come tale in Africa.
Tornato in Polonia, il medico le ha suggerito di scegliere un paese dove non ci fosse rischio di malaria. Precedentemente, nel 1998, insieme con il suo amico Pawel, a Frascati aveva avuto un incontro speciale con p. Pietro, già confessore di san Giovanni Paolo II…
Ero andato solo per accompagnare il mio amico all’eremo di padre Pietro. Quando gli ho spiegato il mio desiderio di lavorare in Africa, ho sentito la sorprendente risposta «Mi pare che meglio sia per te andare in Cina». Dopo il mio ricovero in Polonia, sono andato ancora una volta per incontrare il Superiore Generale di allora, p. Giambattista Zanchi e il suo vicario Luigi Bonalumi, che mi hanno proposto un cambio della destinazione della missione. Il mio vescovo ha ricevuto da loro tre proposte: Giappone, Cambogia e Cina- Hong Kong. Tra questi tre il mio vescovo diocesano ha scelto l’ultima. Cosi, quasi sette anni dopo, si sono realizzate le parole profetiche di p. Pietro. Per un po’, nel frattempo, ho lavorato nel Centro nazionale di Formazione Missionaria a Varsavia come responsabile per i laici missionari e come padre spirituale e cappellano per i disabili in un centro di riabilitazione.
Cosa le è rimasto più impresso di questi primi anni di missione a Hong Kong?
La crescita della Chiesa in Hong Kong, il numero degli catecumeni (circa 2500 ogni anno), l’apertura alle opere della Caritas diocesana, un ponte tra la Cina e il mondo, l’aiuto ai sacerdoti e suore cinesi (cicli di aggiornamento o ritiri spirituali): queste sono le realtà della nostra vibrante metropoli. Sorprende che la secolarizzazione di Hong Kong sia più lenta dell’Europa o dell’America del Nord, forse i forti valori tradizionali cinesi, i legami familiari e la solidità nel lavoro proteggono ancora l’identità di questa società.
Come l’hanno accolta i cattolici locali?
Sono stato accolto molto calorosamente, ho sentito l`aiuto e le preghiere dei miei fedeli. Qualche volta sembra che, paragonando con la situazione anticlericale o di indifferenza in altre Chiese, qui ci stimino molto. Potrei dire che forse talvolta siamo troppo “adorati” o “viziati” dalla generosità dei fedeli, anche se loro stessi vivono difficoltà più pesanti dalle nostre.
Ha avuto occasione anche di andare in Cina? Che idea si è fatto di quella realtà?
Si,ho passato più di cinque anni in Cina; tra questi due anni dello studio del mandarino (putonhua) e dopo tre anni all`Universita delle Nazionalita e Minoranze etniche a Pechino (Minzu Daxue). Là sono stato invitato a lavorare come ricercatore sulle immigrazioni, particolarmente dalla Corea del Nord, Russia, Vietnam, Laos e Myanmar. Grazie allo stipendio e al permesso dell’Università ho potuto visitare anche le zone frontaliere di tutti questi paesi, dove spesso ho incontrato tanta miseria e abusi della dignità umana. Dopo ogni viaggio di ricerca dovevo riferire le mie osservazioni ai mei colleghi e studenti. Durante questi viaggi ho potuto privatamente (poiché ufficialmente è proibito lavorare come missionario straniero) conoscere un po’ la realtà delle diocesi cinesi e di quelle vicine alla frontiera. Il mio contatto con la Chiesa locale si riduceva alla partecipazione (con altri fedeli) alla Messa domenicale o qualche devozione come la Via Crucis o Rosario; in un secondo tempo accompagnavo spiritualmente qualche suora o seminarista. In Cina la situazione è complessa, non si deve troppo generalizzare, non ci sono soluzioni facili. Bisogna conoscere il contesto proprio di ogni luogo e non essere ingenui né semplicisti. In caso contrario, noi missionari stranieri possiamo diventare più ostacolo che un aiuto per la fragile Chiesa cinese.
Ha passato diversi anni con i padri del Pime. Cosa ha percepito del carisma del nostro istituto?
Sono stato colpito dalla spiritualità del beato Paolo Manna e altri santi o beati del Pime. Ho scoperto lo spirito del servizio verso la Chiesa locale, ossia l’idea di essere come San Giovanni Battista, “preparare le vie del Signore” nel territorio della missione. Questo significa non appropriarsi di tutti successi in una Chiesa locale, non essere “autoreferenziali”. Concretamente questo chiede di organizzare le strutture e, quando maturano, trasferirne tutti i frutti spirituali al clero locale e ad altri responsabili.
Attualmente di cosa si occupa in diocesi di Hong Kong?
Svolgo il ruolo di vicario nella vasta e giovane parrocchia di Sant`Andrea in Tseung Kwan O (dove il numero degli abitanti si avvicina a quello dell’intera mia diocesi di origine). In particolare sono responsabile per i migranti provenienti dalle Filipine, Indonesia ed altri paesi del Sud Asia. Aiuto anche nel gruppo diocesano della pastorale giovanile e studentesca anglofona. Da quest’anno sono stato chiamato dal nostro Cardinale a svolgere anche il ruolo di cappellano della comunità di rito straordinario (tridentino) per tutta la diocesi, ereditando il servizio svolto prima da padre Lido Mencarini del Pime.
Nella foto: padre Czesław Jerzy Wojciechowski con padre Fabio Favata e un parrocchiano di Hong Kong

