
Sono passati 33 anni dall'11 aprile 1985, giorno dell'uccisione. Ma il ricordo di padre Tullio Favali, martire del Pime, è ancora vivo nelle Filippine. Lo testimonia il racconto che il suo confratello, Luciano Benedetti, fa della Messa celebrata oggi, in sua memoria nel luogo dove p. Tullio è stato ucciso.
11 aprile, ore sei del mattino: si parte per La Speranza, Tulunan km 125, naturalmente con Peter (Geremia) che mai ha perso questa occasione, sfidando pioggia e sole, intimidazioni e più tardi disinteresse, per esserci. La Messa sarà celebrata alle sette, poi si collocherà una targa con i nomi di altri 14 ‘martiri’ di Tulunan nel luogo dove già sorge un capitello in memoria di padre Tullio Favali.
“La meta da raggiungere è il viaggio”: così dicevano, ci par di capire, (il pensiero ci viene mentre viaggiamo sulla strada larga e cementata tra Kidapawan a Tulunan un tempo sassi, fango e polvere)... i missionari primi apparsi in questi luoghi. Oggi lo dicono i pellegrini in cammino verso il santuario di Lampagang a pochi chilometri da La Speranza.
Questa prima certezza era senz’altro nel cuore di Tullio, 33 anni fa, quando in motocicletta (che, così com’è, viene ora esposta al nuovo e moderno Museo di Kidapawan in apertura tra sette giorni) viaggiava spedito verso quel fatale crocevia 125.
La seconda stava nella sua fede. Lo aiutò a non fermare il mezzo meccanico di fronte all’ancora incompleta conoscenza, lui neofita piombato in un mondo indecifrabile e in perenne conflitto. Del resto, come tanti di noi, anzi meglio di noi, era partito dall’Italia con l’idea di spendere la vita per gli altri, indipendentemente se fossero stati buoni o cattivi. Insomma, un modo di vivere cristiano a volte snobbato se non detestato da alcuni. Nondimeno, da rispettare. Purtroppo, coloro che si auto dichiararono suoi avversari manco un attimo ci pensarono, al rispetto.
Km 125 raggiunto da Tullio da protagonista. Una corsa veloce la sua perché alleggerita dalla rinuncia di una vita confortevole, una famiglia, un lavoro salariato, ma anche agevolata dalle distanze prese verso una società inquinata nei costumi da una economia di mercato andata a male (e speriamo in via d’estinzione). Per qualche attimo, come lui al chilometro 125 ci siamo immaginati protagonisti “tra Terra e Cielo” (per parafrasare il testo di Roberto Cavosi sul dramma di Tullio, messo in scena al San Babila nell’ormai lontano 2000). A volte spinti nei bassifondi del quotidiano dai malandati altre volte attratti dalle altezze raggiunte dai giusti (santi e martiri quest’ultimi). Non certo per diventare uomini super. Semmai impacciati e fuggevoli viaggiatori nel tempo.
Prima di ripartire c’è il tempo per scambi di impressioni con i partecipanti; un centinaio scarso. Tra loro anziane signore, in maggioranza vedove, ci chiedono di mandare i loro saluti ai padri del Pime ancora viventi, Luciano Ghezzi, Sandro Bauducci, Michele Carlone, Sebastiano D’Ambra e Giulio Mariani: un invito che volentieri raccogliamo.

È in corso, per tutta la settimana, l’assemblea regionale annuale del Pime nelle Filippine: un evento che cade nel cinquantesimo della presenza dell’istituto in quel Paese e che sarà celebrata prossimamente con alcuni eventi ad hoc. Nel corso dell’assemblea ha portato la sua apprezzata testimonianza il cardinale Orlando Beltran Quevedo, da 20 anni arcivescovo di Cotabato nella tormentata regione di Mindanao. Missionario dInsieme con Luis Antonio Gokim Tagle, Quevedo è uno dei due porporati delle Filippine, creato da Francesco nel concistoro del 22 febbraio 2014. Quevedo, parlando ai padri del Pime, ha ricordato simpaticamente la sorprendente modalità con cui apprese della sua elezione a cardinale (Francesco lo annunciò a all’Angelus), tramite un Sms dell’arcivescovo di Manila, Tagle, il quale scrisse: «Congratulazioni, Orly, congratulazioni al nostro nuovo Cardinale». «Ti stai congratulando con la persona sbagliata sull'isola sbagliata», fu la risposta. Ma Tagle – ha raccontato Quevedo – gli rispose: «Sei tu, sei tu, sei tu, sei tu. Scelta personale del Papa!».
Proponiamo, di seguito, ampi stralci della prima parte della relazione (non rivista dall’autore) tenuta nel corso dell’incontro. Grazie a padre Luciano Benedetti per la preziosa collaborazione. In seguito pubblicheremo il resto.
«So che il Pime ha una storia di 150 anni PIME Ma la mia riflessione del lavoro missionario del Pime in Mindanao parte da coloro che ho conosciuto in Kidapawan. Uno di loro è stato padre Sandro Bauducci, che poi mi ha portato a visitare la famiglia di Tullio Favali a Mantova e mi ha fatto cavalcare il cavallo per sei ore (ma era un cavallo un po’ cieco...). C’era anche un altro grande uomo là, Luciano Ghezzi; poi Peter Geremia, Tullio Favali e un giovane prete, Bruno Vanin e l’assistente del Peter in Tulunan, che rimase solo per un breve periodo di tempo, Michele Carlone. E poi ricordo Fausto Tentorio e il superiore in quel tempo (prima di Sebastiano D’Ambra), ovvero Egidio Biffi, il quale - dopo avermi accompagnato nell’Arakan Valley, dopo un viaggio di diverse ore - mi disse: “Monsignore, voi dovreste avere un elicottero per visitare l’Arakan”. Ma non potevo naturalmente perché solo ai militari era permesso averlo».
Per esprimere ciò che egli ha compreso del carisma del Pime, il cardinale Quevedo ha raccontato un episodio di vita vissuta, relativo agli anni in cui è stato vescovo a Kidapawan (inizi degli anni Ottanta) e ha lavorato a stretto contatto con alcuni missionari del Pime. «Il lavoro che i missionari del Pime hanno svolto in Tulunan, Arakan e Columbio, il fatto stesso di raggiungere quei posti, è sempre stata una avventura. A Columbio – ricordo - c’era un sindaco, Bermudes, ex studente della nostra scuola di Notre Dame, che non accolse bene il missionario là e la canonica di p. Tentorio fu colpita da colpi d’arma da fuoco dei suoi armati. Una volta stavo andando da solo in macchina per un incontro a Marbel: ero all’incrocio per Columbio e tre uomini armati mi fecero cenno di fermarmi; erano ribelli MNLF. “Volete salire con me?” chiesi. Cominciammo a parlare e l’uomo di fronte a me aveva un grosso fucile. “Non ha paura?”, mi chiesero. “No”, dissi, “se volevate la mia macchina avreste già sparato”. Continuammo a parlare e io domandai loro: “Conoscete il prete in Columbio?”. Risposta: “Si, è padre Fausto Tentorio: sta aiutando il miei figli ad andare a scuola”. Replicai: “Quindi i suoi figli sono i miei scolari. Perché? Io sono a capo dei miei preti, come un governatore è a capo di tutta la gente. Io sono il capo di tutti i preti che sono nelle parrocchie di Tulunan, Columbio…”. A quel punto l’uomo del MNLF capisce di avere davanti il vescovo: “Sa, vescovo, mia moglie non ha abbastanza latte, il bambino è debole; potrebbe darmi dei soldi?”. “No!”, fu la risposta, che il vescovo motivò così: “Se siete disarmati vi darò i soldi, ma siccome sei armato e mi stai minacciando non posso. Andate da padre Tentorio e domandate aiuto a lui per il latte per il tuo figlio”. Nel ringraziarmi l’uomo aggiunse: “Se qualcuno la fermerà su questa strada, risponda che conosce il comandante Jack”. Allora il vescovo non potè trattenere un’esclamazione di meraviglia: “Ah, sei tu il famoso commander Jack! Padre Tentorio parla di te anche”. In effetti, padre Tentorio lavorava con gente che non apparteneva alla fede cattolica, li aiutava, non perché fossero armati ma perché avevano bisogno di aiuti. Questo è parte del carisma dei PIME».
Il cardinale ha poi raccontato un simpatico aneddoto: «Un’altra volta andai a Roma e al Pime mi dissero di portare grappa ai missionari a Kidapawan, Allora andai in Vaticano, dove c’erano decine di tipi di grappa, alcune delle quali a basso costo. Ho comperato due bottiglie di grappa non troppo care e subito mandai un messaggio a Kidapawan avvisando che stavo portando con me due bottiglie di grappa. Quel lunedì, dopo il mio ritorno, tutti i missionari del PIME arrivarono nella casa del vescovo a bere grappa; due bottiglie furono consumate in un paio d’ore. Anche questo è un ricordo che associo ai missionari del PIME».
(continua)