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Algeria. Nel 2016 ricorrono i primi 10 anni del Pime nella terra di De Foucauld

Pubblichiamo ampi stralci della lettera di Natale di padre Piero Masolo, che traccia il bilancio del suo ultimo anno in Algeria: un periodo ricco di incontri ed esperienze.

Cari amici, vorrei raccontarvi un po' quest'anno,  il secondo per me, qui in Algeria.

Incomincio con una porta. Si trova a Ben Chneb, la biblioteca nella Casbah (l'antico quartiere ottomano) dove vado tutte le settimane a dare una mano, con le ripetizioni di inglese. Mi fa pensare alle porte varcate durante quest'anno, a quelle che restano chiuse, anche dopo aver bussato ripetutamente! E a quelle aperte giusto quel tanto per infilarcisi dentro. Nei primi mesi dell'anno, insieme a 4 compagni, abbiamo cercato di aprire la porta dell'arabo algerino. "Wach rak ya xuya?" "Labes, hamdullah!". Che vuol dire: come stai fratello?  Bene, Dio sia lodato! (espressione super usata!). Un po' ci siamo riusciti, ma resta non poca strada da percorrere, "chuia chuia", pian piano, o meglio giorno dopo giorno, poco alla volta, ma perseverando.

A febbraio abbiamo ricevuto una casa: che dono! Me ne sono reso conto dopo un anno e mezzo trascorso da ospite. Per quanto ben accolto, essere "a casa propria" cambia tutto. Una casa che ci ha dato la diocesi per il Pime ad Algeri, per il mio confratello Cesare  e me. Una nuova porta che si apre, anche fisicamente: ho iniziato dal riceverne le chiavi e cambiare le serrature. E abbiamo continuato svuotando (5 camion pieni di cose da buttare sono partiti!), pulendo, imbiancando, restaurando tutti i mobili ancora solidi, grazie all'aiuto di Y., giovane algerino che oggi vive con noi, di Anna, una signora italiana che da 50 anni vive qui, e che col suo senso pratico e istinto materno mi ha aiutato a "metter su casa"! Ma anche grazie all'aiuto di tanti amici che si sono prestati a fare lavori manuali di tutti i tipi, mentre altri ci hanno regalato piatti, posate, bicchieri, libri e fin dei soprammobili! Siamo ancora in cantiere, perché la casa non aveva dei bagni decenti, per cui li stiamo costruendo... work in progress!
 
Un'altra porta, o meglio una portiera, quella della mia macchina, una Peugeot 301 (che, mi dicono, in Italia non esiste neppure! ) si è aperta e chiusa molte volte. Infatti da aprile a inizio ottobre  sono diventato S.D.F., senza fissa dimora,  avendo fatto la spola tra nord e sud, tra il Mediterraneo e il Sahara, viaggiando da Algeri a Touggourt a Hassi Messaoud, per sostituire un altro confratello, Alberto, che è stato in Italia parecchi mesi per un'operazione ai piedi e la riabilitazione successiva. Ne ho approfittato, aggiungendo qualche migliaio di km in più con la traversata est-ovest del deserto per recarmi dai Piccoli Fratelli a Beni Abbés, dove ho potuto approfondire il dialetto algerino grazie  a delle famiglie beduine.
E quando l'auto non basta più, occorre cambiare mezzo di locomozione e passare all'aereo. È sì, perché per andare a trovare gli operai di alcune basi di vita ancora più a sud nel deserto, l'unico sistema consiste nei piccoli aeroplani (da 15 posti).

Spesso nel deserto si trovano cartelli che dicono: “attenzione ai cammelli!”. Effettivamente questi animali incredibili non si fanno alcun problema delle auto e dei camion che passano: è casa loro! Sta agli altri fermarsi! Li trovo incredibili perché possono restare settimane e settimane senza mangiare né bere, anche per un mese di fila, mi raccontavano i beduini. Sono davvero il simbolo della resistenza, in situazioni difficili,  ostili, in cui altri animali non riuscirebbero affatto a sopravvivere. Mi fanno pensare a questa gente,  gli algerini, con cui vivo. Un popolo ferito dagli anni del terrorismo (che ha fatto più di 200 mila morti negli anni '90), provato dalla povertà pur vivendo in un paese così ricco di petrolio e di gas naturale (lo stipendio minimo ammonta a poco più di 100 €: troppo poco per sopravvivere,  anche rispetto al costo della vita di qui).

Un'altra porta si è aperta oltre  il deserto,  verso sud, verso l'altra Africa, quella sub-sahariana, quella che subito viene in mente pensando a questo continente.  L'occasione mi è stata data in agosto dalla formazione continua Pime, che ha fatto sì che ci ritrovassimo, in 16 missionari provenienti da 4 paesi diversi, a Abidjan in Costa d'Avorio. Splendida chance  di reincontrare degli amici, conoscere meglio dei confratelli, scoprire una missione molto diversa dalla nostra qui, e approfittare  di un momento per nutrire cervello e cuore.

 E quante porte si sono aperte, o meglio riaperte, in Francia, tra Paris e Angers, nel mese di settembre. È stato molto bello reincontrare tanti amici, poter partecipare al matrimonio di 2 coppie, e accoglierne una terza di novelli sposi venuti apposta a trovarmi. Un  vero "bagno di affetto", di quelli che fanno veramente  bene.
Tutto questo grazie ad un doppio invito: quello di un'amica parigina che ha organizzato un concerto al MEP (le Missions Étrangères, i nostri "cugini" francesi), per sostenerci; e a père Patrick, che mi ha invitato  ad  Avrille (dove ho vissuto 6 mesi in parrocchia nel 2014) a raccontare  un po' le mie impressioni dell'Algeria.

Resta ancora una  penultima porta, quella forse più importante a livello personale, che sto varcando: lo studio dell'arabo moderno. Non si tratta di imparare un'altra lingua, un po' più difficile delle altre, ma di entrare sempre più in questo mondo che mi accoglie, nella sua mentalità, nei suoi valori come nei suoi proverbi e nella sua religione. Un mondo complesso, quello arabo e berbero del Maghreb, e affascinante, dove ascolti tutto e il suo contrario, in una società che a volte si mostra chiusa ed in crisi ed altre cosmopolita, aperta, desiderosa di cambiamento.
Tornare studente è un'esperienza che mi mette alla prova: quando esco da scuola mi fuma il cervello! Per cui, per favore, dite una preghiera per me, che continui con costanza quanto iniziato.
Quando studiavo francese mi dicevano che per impararlo ci vuole coraggio, pazienza e buon umore. Mi sono convinto che è la ricetta giusta anche per l'arabo!
A questa richiesta di preghiera ne aggiungo subito un'altra: nel 2016 festeggeremo 10 anni di presenza Pime qui in Algeria. Missione iniziata da padre Silvano a Touggourt, e che continua ancora oggi, pur arricchendosi ed evolvendosi con la nuova apertura ad Algeri.Che il Signore ci doni di discernere le sue vie, per rispondere al meglio alla Sua chiamata per noi qui.

È la stessa preghiera che mi è sgorgata dal cuore l'8 dicembre scorso, per la festa dell'Immacolata, quando abbiamo aperto la Porta Santa a "Madame l'Afrique", come chiamiamo qui il santuario di Notre Dame d'Afrique. In quel momento,  molto forte, eravamo tutti sul sagrato, una grande terrazza che domina Alger. Un centinaio di cristiani e, a qualche decina di metri, parecchi poliziotti avevano svuotato la piazza per assicurarne la sicurezza. Siamo entrati, cantando, dalla porta che il vescovo, Paul, aveva appena aperto, ed io ho chiesto al Signore che, entrando in quest'anno della misericordia, continui ad averne a piene mani per noi, chiesa di Algeria, e per questa gente, che lo invoca con nomi diversi: Dio, Allah.
Questa chiesa e questa gente  vi affido...

Grazie di accompagnarci, un abbraccio fortissimo

padre Piero Masolo

 

 

Compie gli anni oggi William Vecchi, campione d'Italia, d'Europa e del Mondo da giocatore e preparatore dei portieri insieme ad Ancelotti. Tanti auguri!

Indimenticabile pellegrinaggio in Algeria, sulle orme di de Foucauld

 

Nel processo di formazione permanente del PIME, è stata prevista una proposta di visita in  Algeria. Il PIME ha poi scelto di aprirne l’adesione anche ad amici e collaboratori e così si è creato un gruppo molto eterogeneo di pellegrini accomunati dall’appartenenza al PIME oppure perché amici o collaboratori dello stesso. Di questo gruppo faceva parte anche Graziella Rapacioli, sorella di p. Francesco, missionario del Pime, rettore al seminario di Monza. Qui presentiamo il suo bel diario di viaggio: un'esperienza molto ricca e intensa.

 

Hanno partecipato al nostro viaggio: p. Carlo Torriani missionario del PIME con 50 anni di missione in India; p. Franco Cumbo missionario del PIME con 40 anni di missione ad Hong Kong; p. Giuseppe Sedran missionario del PIME con 15 anni di missione in Brasile; Don Paolo Alesso diocesano di Torino che ha servito la Chiesa in Algeria negli anni 1993-1997 nella diocesi di Costantine; Don Matteo Lucietto, sacerdote diocesano di Vicenza con un grande interesse per Charles de Foucauld e insegnante di spiritualità in seminario a Vicenza; Raffaele Iavazzo medico e collaboratore del PIME; Silvana Monaco, sua moglie e insegnante in pensione; Vincenzo Palitta, manager della pubblica amministrazione in Italia e pensionato, ora collaboratore del PIME in area economato; Marilena Seminari, responsabile di una comunità terapeutica in Italia con filiali in Bolivia; Graziella Rapacioli sorella di P. Francesco del PIME. Altre persone hanno chiesto il visto ma non sono riuscite ad averlo in tempo utile per la partenza: ai padri del PIME p. Gianni Criveller, p. Ferdinando Cagnin, P. Manco e a Don Giorgio Pisano l'augurio che per il prossimo giro possano essere a bordo e vivere questa bella esperienza.

Ci siamo trovati a Roma il 28 settembre per qualche giorno di formazione sull’Algeria, la sua storia, la sua cultura, la sua religione e la sua Chiesa. Giornate intense di ascolto, volte a cercare di comprendere e assorbire tutto quello che ci poteva servire per affrontare il viaggio.

Siamo arrivati in terra di Algeria sabato 1 ottobre nel pomeriggio. All’aeroporto abbiamo trovato P. Piero Masolo ad attenderci e ci siamo immersi nel caldo secco e ventilato di Algeri e abbiamo dato un primo sguardo a questa città e a questa terra. Accolti nella casa gesuita, a Ben Smen da Sr. Janette e poi da P. Cesare abbiamo iniziato questo tour d’Algeria celebrando l’eucarestia insieme e poi dopo cena con una passeggiata sul lungomare.

La domenica siamo saliti sulla collina per la visita alla chiesa Notre Dame del l’Afrique. Qui abbiamo ascoltato la storia di questo luogo, meta di fratelli di fede cristiana e mussulmana. Credo che ci portiamo tutti nel cuore gli ex-voto e quel «Prier pour nous et pour les musulmans». Dal piazzale antistante la bellezza mozzafiato della vista della baia, dei colori della terra, della città e del mare. Il successivo incontro con il Nunzio Mons. Russo e il suo segretario Don José è avvenuto in un clima di  crescente cordialità e reciproco ascolto. Nel pomeriggio una passeggiata al Bardò per ammirare l’architettura di una casa in stile ottomano e al Musée des Antiquités per uno sguardo sulle radici fenice, romane, bizantine e ottomane di questa terra. Serata in ascolto e scambio con i padri gesuiti di Ben Smen, sulla loro esperienza di servizio a questa comunità umana.

Il lunedì in viaggio per incontrare Agostino e la sua città. Abbiamo camminato verso ovest attraversando la bellissima Cabilia, costeggiato Setif e infine siamo arrivati a Ippona (oggi Annaba). Qui abbiamo visitato la cattedrale e incontrato i padri agostiniani custodi del luogo. Abbiamo anche visitato il sito archeologico sottostante, con una guida locale. Abbiamo vissuto l’incontro con altre pietre dell’oggi ascoltando la testimonianza di Armand e P. Gerard. Non ci siamo fatti mancare una passeggiata in riva al mare, che anche Agostino ha goduto nel suo percorso di approfondimento dei misteri della fede cristiana.

Il mercoledì di nuovo in strada e questa volta verso sud, verso Touggourt: lungo viaggio attraversando la bellissima gola di El Kantara, lasciandoci alle spalle il verde della costa per avvicinarci ed entrare nel deserto dalle mille tonalità di rosa e ocra. Siamo stati accolti da Momo, amico di p. Piero e della comunità cristiana che ci ha accolto nella sua casa e ci ha fatto trovare una buonissima cena (molto gradita dopo il lungo viaggio !). A casa di Momo abbiamo anche avuto un assaggio della produzione delle sartorie locali. 

Il giovedì, a Touggourt l’incontro con la comunità della piccole sorelle di Gesù nelle persone di Yvonne, Josepha e Tuillin. L’incontro è avvenuto nei luoghi della fondazione delle Piccole sorelle ad opera di p.s. Magdeleine. Intensa la preghiera condivisa della celebrazione eucaristica e la fraternità della colazione insieme. Molto bella la visita al palmeto con la sua ricca vegetazione  frutto di grande cura da parte delle piccole sorelle: i fiori in quel deserto sono davvero una boccata di bellezza pura (e buonissimi i datteri!). L’ascolto della loro lunga esperienza al servizio del popolo algerino ci ha commosso per la varietà, intensità delle esperienze e per la necessità di modulare il passo sul passo e nel rispetto del popolo accudito: uno “stare con” che ci è sembrato davvero non facile se non altro per il discernimento continuo che è richiesto. Sempre a Touggourt abbiamo visitato la zaouia (confraternita soufi) di Temacine e incontrato lo Chir. Nel pomeriggio ospiti di una famiglia di amici di p. Piero sulle dune del deserto, in compagnia di tè, arachidi, vento, sabbia, e fraternità.

La sera cena di gruppo con Momo e le piccole sorelle, nella casa del PIME di Touggourt dove per 10 anni ha vissuto p. Silvano ed che ora ospita p. Alberto Sambusiti. Ai fornelli il pellegrino Raffaele e quindi pastasciutta per tutti.

Il giorno seguente  partenza per Hassi Messaoud, cittadella petrolifera dove vivono tanti espatriati da diversi paesi, Italia inclusa, e tanti algerini. In mezzo a questi operatori del settore petrolifero, una piccola comunità delle suore dell’Immacolata (PIME) che, oltre ad accompagnare la gente “chiusa nella cittadella” (per motivi di sicurezza), servono la comunità algerina. Lourdes e Joti ci hanno raccontato di come sono entrate in contatto con le donne attraverso l’arte del massaggio che tanto bene fa a muscoli e articolazioni indolenziti dalla fatica di vivere, e di come attraverso questo servizio, sono entrate in relazione con queste donne e le loro famiglie e questo ha consentito loro di incontrare bimbi in difficoltà fisica e /o psichica e di prendersene cura insieme alle loro famiglie. 

P. Alberto ci ha raccontato del suo lavoro nelle cosiddette “base de vie” che sono cittadelle nella città, dove vivono uomini e anche qualche donna, lontani dalle loro famiglie per lunghi periodi, qui per lavorare, e con tutte le difficoltà generate da realtà artificiali anche se necessarie per il tipo di lavoro e di contesto. E Alberto li visita, mangia con loro, si fa aiutare quando ha bisogno, ascolta e accompagna le loro solitudini. Insieme abbiamo celebrato l’eucarestia nella cappella di Nôtre Dame de Sable. Dopo pranzo, da Hassi Messaoud, siamo ripartiti con destinazione Ghardaïa dove siamo arrivati nella serata di venerdì.

Ghardaïa è una delle 7 città mozabite, cinque delle quali sono molto vicine, sono collocate in un grande canyon, dentro ad un enorme palmeto. Sono state fondate tra il 1000 e il 1300 e da allora sempre abitate. Altre due sono di fondazione più recente e sono nell’arco di 50 km. Tutta l’area della pentapoli è patrimonio dell’Unesco e visitandole si capisce bene perché lo sia, data la ricchezza delle costruzioni (abitazioni, moschee, ambienti pubblici in generale) e della struttura delle città. Siamo saliti anche in cima allo Ksar (grande castello) e da là in alto si domina tutto il canyon e il suo contenuto di case, palme, persone! Le persone che abitano queste città sono principalmente mozabiti, etnia che vive secondo usi e costumi propri, diversi da quelli della popolazione araba che vive nei dintorni. Durante la visita colpisce il più alto livello di benessere, la maggiore pulizia degli arredi urbani e le signore mozabite che sono avvolte in un enorme manto bianco da cui escono i piedi e un solo occhio, se sposate, due se nubili!

A Ghardaïa, la visita della città è stata fatta in compagnia di 3 giovani studenti universitari ad Alger, provenienti dal Burundi e dall’Uganda, scoprendo così un altro pezzo di questa chiesa: i sub sahariani che sono qui perché immigrati per necessità oppure per studio. Sempre a Ghardaïa, abbiamo chiuso il nostro sabato, celebrando l’eucarestia con la comunità locale, composta principalmente da padri e madri bianche.

Domenica ci siamo spostati verso El Meniaa (ex El Golea) per visitare la tomba di Charles de Foucauld e incontrare la comunità cristiana, composta da 4 suore della Salette di origine malgascia, da p. Johannes dall’Olanda. Quest’ultimo ci ha dichiarato di avere un solo cristiano nella città e che questo signore è anziano e accudito da una famiglia mussulmana. Qui abbiamo incontrato anche Luc che, insieme alla moglie, collabora con i padri e le madri bianche di Ghardaïa. Abbiamo goduto delle mostre da lui curate, in particolare di quella fatta in occasione del centenario della morte di Charles de Foucauld ed esposta nella chiesa di San Giuseppe dove abbiamo celebrato l’eucarestia e poi pranzato tutti insieme.

Di particolare intensità il tempo che ci siamo presi dopo il pranzo per stare nel silenzio, in compagnia di Charles.  Al rientro abbiamo goduto dei servizi di scorta della Gendarmerie e quindi il tempo per rientrare a Ghardaïa è raddoppiato, così come il tempo per raggiungere Tibhirine il lunedì, passato da 7 a 13 ore grazie ai tempi di attesa tra le diverse scorte. Ma non ci siamo lasciati prendere dal panico e abbiamo usato i lunghi tempi di viaggio (non solo quello di questo giorno) per gustarci il paesaggio decisamente insolito per occhi abituati all’Italia e per conoscerci reciprocamente. Nella serata di lunedì siamo arrivati a Tibhirine dove abbiamo trovato ad attenderci p. JeanMarie, il giardiniere di Tibhirine, e MariePaule con Bruno di Chemin Neuf. Buonissima cena e poi celebrazione eucaristica. La consapevolezza di dove eravamo c’era tutta ma, è cresciuta grazie alla visita del martedì mattina guidata da Bruno e terminata al cimitero sulle tombe dei monaci di cui 7 sono le vittime del terrorismo degli anni Novanta. Ci siamo presi un tempo di silenzio e a mezzogiorno abbiamo celebrato l’eucarestia tutti insieme guidati da JeanMarie. Dopo il pranzo JeanMarie ci ha parlato a lungo di Tibhirine, a partire dal rapimento e uccisione dei monaci del 1996, dei diversi tentativi fatti e in corso per non lasciare questo luogo molto caro ai cristiani ma anche e soprattutto ai mussulmani che continuano a visitarlo. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza di servizio a questo luogo e alla Chiesa d’Algeria, le difficoltà e le bellezze.

Ripreso il viaggio abbiamo fatto ritorno ad Algeri e siamo arrivati alla maison diocesane dove ci attendeva la comunità delle suore dell’Immacolata: Rita, Gabriella, Giulia e Giovanna. Sono qui a servire questa Chiesa gestendo questa casa che ospita persone , la Caritas e molte delle sue attività, incontri di formazione, la comunità cristiana di Algeri: insomma un porto di mare e per giunta in ristrutturazione e quindi un cantiere aperto! La sera abbiamo cenato con Martin, la moglie Susanna e il piccolo Costantino. Martin è il primo consigliere dell’ambasciata d’Italia e ci ha dato uno spaccato della realtà politica e sociale del paese oltre che dei rapporti in essere tra Italia e Algeria, vista dall’ambasciata d’Italia.

Mercoledì abbiamo visitato la Casbah con la guida di Rashid: il cuore della città, patrimonio dell’Unesco per la sua architettura e storia. Un intricato insieme di vie, scale, abitazioni  con viste mozzafiato sulla baia e su Algeri, artigiani del legno e della ceramica. Abbiamo visitato il luogo del santo di Algeri caro alle donne mussulmane perché protettore della loro fertilità. Sempre stando nella Casbah, siamo arrivati al centro culturale Ben Schneb gestito ora da p. Piero e da un gruppo di collaboratori. Una casa a struttura tipica del luogo con patio centrale, e stanze affacciate sul patio, ricca di ceramiche uniche nel loro genere in tutta la Casbah, di proprietà della Chiesa da più di un secolo, da molto tempo biblioteca al servizio della popolazione locale, scenario dei primi due omicidi di cristiani negli anni Novanta, oggi anche centro culturale che organizza eventi e mostre. Continua il servizio di formazione e accompagnamento scolastico dei giovani algerini, si studia l’arabo per poter poi leggere e pregare il Corano, si studiano le lingue di oggi per poter viaggiare e irrobustire i curricula.  Nel pomeriggio arriviamo al El Biar, dove vivono i padri del PIME di Algeri. Anche qui una bella struttura, completamente rinnovata e molto accogliente, con anche una cappella dove abbiamo celebrato l’eucarestia e un sale polifunzionale ad uso degli studenti sub sahariani e algerini che ne possano aver bisogno. La sera alla maison diocesane, ceniamo insieme al vescovo emerito di Algeri, mons. Henri Teissier che abbiamo poi la possibilità di ascoltare nel racconto di questa chiesa e della sua esperienza come pastore della stessa.

Il giovedì mattina, guidati da p. Cesare andiamo a Cherchelle antica Cesarea, capitale durante la dominazione romana. Incredibile la quantità di resti romani e non solo, raccolti nei due musei e nei siti archeologici ma anche a disposizione della popolazione nella piazza antistante il mare e usati come sedute per leggere il giornale e godersi il magnifico panorama. Verso le 11 arriviamo da mons. Alphonse, vescovo emerito, che vive in una casa museo. Insieme abbiamo celebrato l’eucarestia, ascoltato la sua storia, gustato il buonissimo pranzo che lui ci ha preparato. Abbiamo poi bevuto un buon caffè in compagnia di una signora che, in un ottimo italiano frutto degli lunghi anni di studio a Roma, ci ha raccontato la sua storia di archeologa in questo paese. Presente anche Alberto, parte di un gruppo di lavoro europeo, che sta lavorando insieme allo staff dei musei di Cherchelle per la sistemazione dei musei stessi.

Rientrando su Algeri, abbiamo costeggiato Tipaza e ammirato le rovine romane. Ad Algeri abbiamo visitato la Caritas e il suo negozio. Abbiamo visitato anche le suore vincenziane di Algeri che lavorano nella Casbah al servizio di donne e bambini. La sera abbiamo chiuso la nostra visita, ospiti a cena della comunità italiana che vive a Laila Meriam che è il residence della famiglie italiane che lavorano per ENI e società collegate. Grande ospitalità e tanti scambi. Venerdì mattina, grandi saluti con Cesare, Rita, Gabriella, Giulia, Giovanna e poi via verso l’aeroporto dove abbiamo salutato il carissimo Nasser, grande chaffeur di questo lungo viaggio e p. Piero, instancabile compagno di questo bellissima esperienza.

È stato per me, un viaggio alla scoperta della creatività dello Spirito che anima questa Chiesa, ferita, martirizzata ma in piedi, diritta, risorta! Una Chiesa consapevole di essere segno e non “numeri”; ancora, forse, troppo francese, ma in cammino verso un’evoluzione anche da questo punto di vista.

Ho scoperto inoltre che lo Spirito anima questo popolo fiero, molto cordiale ed accogliente, ferito da una uscita dal tempo coloniale, dolorosissima e dall’esperienza del terrorismo degli anni Novanta che ha sparso tanto sangue algerino e non. Grazie a Dio per il dono di questo tempo passato in compagnia di questo Popolo e di questa Chiesa e Inshallah, arrivederci!