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Padre Caccaro: il segreto di una scuola che funziona

Padre Alberto Caccaro, sacerdote del Pime, è tornato da qualche mese in Cambogia, sua terra di missione dal 2001 al 2011. A Prey Veng (sud-est del Paese) p. Caccaro ha fondato il liceo Chomran Vicìe, che in pochi anni è diventato il punto di riferimento dell'istruzione nella provincia. Pubblichiamo la lettera che il missionario ha scritto pochi giorni dopo essere tornato a visitarla. 

Qualche giorno fa ho visitato la mia vecchia missione a Prey Veng. In particolare la scuola superiore fondata nel 2008. Ho incontrato gli insegnanti e soprattutto gli alunni che lo scorso agosto hanno superato l’esame di maturità. Quattro di loro sono stati promossi con il massimo dei voti, mentre più della metà della classe ha ottenuto un punteggio solo di alcuni decimi inferiore. Insomma, si è trattato di un risultato eccezionale che premia l’impegno degli alunni e la dedizione degli insegnanti; il nostro incontro voleva celebrare il traguardo raggiunto.

La scuola sta diventando piuttosto famosa, le foto dei ragazzi premiati dal primo ministro Hun Sen hanno fatto il giro della rete e molti nuovi studenti vorrebbero iscriversi. Ogni anno ne possiamo accogliere solo 40 ma le richieste dello scorso settembre sono state quattro volte superiori. All’inizio dell’avventura fu difficile trovare studenti disposti a venire da noi. Ancora non ci conoscevano e temevano che l’ingresso nella scuola fosse il preludio di un opera di proselitismo che li avrebbe forzati ad entrare nella Chiesa cattolica. Quando penso a queste cose sorrido. Dio è più grande, non ha bisogno delle nostre strategie, quanto piuttosto della nostra dedizione, in coscienza e verità.

A distanza di qualche anno e dopo aver passato il testimone a padre Joseph Kim delle Missioni Estere di Corea, mi chiedo quali siano stati gli ingredienti di un tale successo. Ho detto ai ragazzi che il successo di una persona nasce dal concorso di molti altri compagni di viaggio: Dio, gli amici, gli insegnanti, mamma e papà, gli autori dei libri di testo e i tanti personaggi dei quali quei libri parlano. Ma so per certo che anche gli studenti si sono impegnati, hanno accettato di patire per poter capire. Ne ho avuto la prova: alcuni di loro hanno stretto la cinghia, hanno rinunciato persino al cibo pur di avere di che comprarsi libri in più, importanti per il lavoro di approfondimento. «A volte, padre – mi raccontava un nostro ex-alunno e ora studente universitario a Phnom Penh – preferisco un piatto in meno e un libro in più».

La scuola ora sta andando bene. L’averla consegnata, più di cinque anni fa e aver fatto un passo indietro, ha senza dubbio contribuito alla sua crescita. La bontà di un’esperienza si misura nel tempo e, se sopravvive a noi nei contenuti e nelle finanze, allora può dirsi positiva. Certo, necessita sempre di attenzione continua, proprio come un figlio d’uomo, ma il fatto che sia piccola la rende gestibile. “Small is beautiful” era il motto di quegli anni. La scuola doveva essere piccola per garantirne la qualità. E con il senno di poi, fu costruita secondo la giusta misura. Un secondo motivo è che da subito il preside la sentì come sua. L’altro giorno ne ho avuto la conferma sentendolo parlare agli insegnati. Questo senso di co-appartenenza tra lui e la scuola, ha dato e dà alla scuola un padre. Ovvero qualcuno che lotta per il destino degli studenti, come fosse il suo proprio destino ed essi fossero suoi figli. Questa co-appartenenza che è comunione sa imprimere al lavoro una qualità del tutto spirituale. Alla fine dell’incontro mi ha chiesto se stessi pensando a qualche altra simile fondazione. Ho detto che sono appena rientrato in Cambogia e ho bisogno di tempo anche se, in effetti, ci sto pensando!

Un altro importante ingrediente, chiaro fin dall’inizio, fu quello di dare dignità a ciascuna materia. Non solo a quelle scientifiche, considerate più importanti per il maggiore peso che hanno nel calcolo del punteggio finale, ma anche a quelle umanistiche. Parole, e non solo numeri! Dunque, per quanto sia importante, la scienza non basta, non dice tutta la verità.

Nell’ascoltare i ragazzi neo-maturati fieri e contenti, pronti a continuare, ho percepito che la scuola è stata loro madre perché li ha generati ad una più profonda coscienza di sé, e li ha introdotti a «una grande stagione dello spirito». Con quei risultati ora possono avere diritto di parola ovunque e possono aiutare altri ad avere lo stesso diritto. Sì, con tutta probabilità costruiremo un'altra scuola. Non so ancora dove, né come né quando. So una cosa però, che – come scriveva don Lorenzo Milani “Esperienze pastorali” - «la scuola mi è sacra come un ottavo Sacramento. Da lei mi attendo (...) la chiave, non della conversione, perché questa è segreto di Dio, ma certo dell’evangelizzazione di questo popolo».