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BIOTESTAMENTO di P. GIUSEPPE BUONO

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6 Anni 6 Mesi fa #53 da buono.giuseppe
Carissimi Confratelli,
ancora una volta intervengo sul Forum del PIME su una questione che ci riguarda da vicino in quanto confessori, consiglieri spirituali, persone cercate come autorevoli e sicure per offrire consigli e orientamenti su leggi che i politici formulano e approvano nonostante, spesso, violino la legge naturale e, per i cattolici, anche la legge della coscienza e della Chiesa.
Il mio vuole essere un servizio sicuro nel merito scientifico e completo per le implicanze morali.
Poiché non ricevo reazioni mi chiedo se questo mio servizio è utile.
Vi sarei grato per una risposta per potermi orientare per il futuro. GRAZIE E AUGURI A TUTTI.
P. Giuseppe Buono, PIME

RIFLESSIONI SUL BIOTESTAMENTO

Dopo le tante affermazioni sul suicidio assistito, l’eutanasia, ora l’attenzione dell’opinione pubblica si rivolge al Biotestamento, o Testamento biologico o DAT (Disposizioni anticipate di trattamento) approvato dal Parlamento italiano (in un’aula quasi deserta!) e ora all’esame del Senato
Sappiamo che il Biotestamento, o Testamento Biologico, o Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) è un documento incentrato sul principio di inviolabilità e indisponibilità della vita umana, in cui il dichiarante esprime il proprio orientamento in merito ai trattamenti sanitari nella fase cronica di patologie fortemente invalidanti - quali per esempio lo stato vegetativo - e nella fase terminale di patologie inguaribili associate a dolore e sofferenza - come nel caso del cancro - in previsione di un'eventuale futura perdita della propria capacità di intendere e di volere. Le Dat non sono obbligatorie, hanno validità di 5 anni, sono raccolte dal medico curante e possono prevedere un fiduciario, cioè una persona incaricata come unico interlocutore del medico per le decisioni relative alle Dat stesse. Le Dat sono contrarie a qualsiasi forma di eutanasia e suicidio assistito ma anche all'accanimento terapeutico, quindi di fronte a un paziente prossimo alla morte, il medico deve astenersi da trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura.
Non vi è vincolatività da parte del medico a seguire le Dat, quindi le volontà del paziente devono essere tenute in profonda considerazione ma non possono mai essere obbliganti. Il medico è chiamato a valutarle in scienza e coscienza, alla luce dei principi di precauzione, proporzionalità e prudenza, e sulla scorta di quanto indicato dal fiduciario. In caso di controversia tra il medico e il fiduciario, la decisione viene affidata a un collegio medico.
Le Dat non si applicano all’alimentazione e all’idratazione (ovvero alla somministrazione di acqua e cibo anche per vie artificiali), che vengono comunque assicurate a tutti i pazienti incapaci di intendere e di volere. Per ogni trattamento sanitario occorre un previo consenso informato esplicito ed attuale del paziente, prestato in modo libero e consapevole e preceduto da una corretta informazione.
Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, è spesso intervenuto su questo tema affermando in una sua dichiarazione che, nella situazione attuale attraversata dall'Italia, “la sola medicina capace di guarire alle radici è la vita, la sua cura, e la sua promozione”, invitando a rimettere al centro la tutela della vita e ad elevarla “a creazione sociale, dunque a orizzonte di cultura, di bellezza, di arte”.
Entrando poi nel merito della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento, il Presidente della CEI ricordava che si tratta “di porre limiti e vincoli precisi a quella 'giurisprudenza creativa' che sta già introducendo autorizzazioni per comportamenti e scelte che, riguardando la vita e la morte, non possono restare affidate all’arbitrarietà di alcuno”. “Chi – si chiedeva – non comprende che il rischio di avallare anche un solo caso di abuso, poiché la vita è un bene non ripristinabile, non può non indurre tutti a molta, molta cautela? Per rispettare la quale è necessario adottare regole che siano di garanzia per persone fatalmente indifese, e la cui presa in carico potrebbe un domani – nel contesto di una società materialista e individualista − risultare scomoda sotto il profilo delle risorse richieste”.
E concludeva affermando che la società “mostra la sua umanità specialmente di fronte alla vita quando è troppo debole per affermare se stessa e potersi difendere; altresì quando concepisce la vita di ciascuno non solo come un bene dell’individuo, ma anche – in misura – come un bene che concorre al tesoro comune”.
Grazie per l’attenzione e auguri a tutti.
P. Giuseppe Buono, PIME, Docente di Bioetica

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