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L'esempio di PADRE PIERO Gheddo

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6 Anni 5 Mesi fa #55 da buono.giuseppe
Scrisse sui giornali nazionali servizi memorabili da tutto il mondo

PADRE PIERO GHEDDO, PIME: LA MISSIONE DOVUNQUE E COMUNQUE

-Con ricordi personali di P. Giuseppe Buono,PIME-

Carissimi Confratelli, ho scritto su Padre Piero Gheddo, che mi voleva con sé fin dall’inizio del mio sacerdozio. Tutti diciamo che è una figura che ha incarnato veramente il carisma della nostra Famiglia di apostoli. E’ possibile chiedervi di esprimere un vostro sentimento che aiuti tutti a crescere meglio nella passione per la missione e nella nostra vita fraterna? Grazie e auguri per un Natale missionario, cioè vero, unico, da annunciare subito e a tutti! (Padre Buono)
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Il 20 dicembre scorso è morto Padre Piero Gheddo, missionario del PIME, grande scrittore e giornalista, dopo alcuni giorni di ricovero all’ospedale San Carlo di Milano. Aveva 88 anni essendo nato nel 1929 a Tronzano Vercellese. E’ entrato nel PIME nel 1945 e ordinato sacerdote nel 1953. Avrebbe dovuto partire per l’India ma i superiori lo destinarono alla direzione e organizzazione dei mezzi di comunicazione sociale. È stato fra i fondatori dell’Editrice Missionaria Italiana (EMI) nel 1955, del Centro Missionario PIME di Milano nel 1961, di Mani Tese nel 1964, di Asia News” nel 1986, dell’Ufficio Storico del PIME nel 1994. Direttore de Le Missioni Cattoliche (1959-1994), che nel 1968 prese il nome attuale di Mondo e Missione, si è affermato come una delle voci più accreditate e sicure sul mondo missionario.
Un missionario totale
Padre Ferruccio Brambillasca, superiore generale del PIME, ha scritto: “Con la morte di padre Gheddo, la Chiesa, il PIME, la missione perdono un missionario prezioso, vitale ed entusiasta”.
Padre Gheddo ha scritto quasi cento libri, con una trentina di traduzioni all’estero; ha collaborato con vari giornali, radio e televisioni e presentato il Vangelo della domenica a TV Rai Uno tutti i sabato sera (1993-1995) e una riflessione missionaria a Radio Due ogni mattino, alle 7,18, per diversi periodi. Ha ricevuto molti premi, tra cui il Premio Campione d’Italia nel 1972 (riconoscimento annuale dei giornalisti italiani, assegnatogli da Indro Montanelli, che divenne poi suo amico) e il Premio UCSI della stampa cattolica nel 1980 e nel 2011. Ha visitato la maggior parte delle missioni nel mondo; l’ultima visita l’ha compiuta nel Bangladesh nel 2009. L’anno precedente, a Maroua, nel Nord Camerun, mentre partecipava ad una festa dei musulmani, circa 300 mila persone in una grande radura con 40 gradi all’ombra, accusò problemi alle vene varicose delle gambe. Operato due volte, andò ancora in Bangladesh ma poi più nessun viaggio.

Elogio dei Popoli poveri
Gli è stato chiesto una volta quello che del mondo missionario l’aveva colpito di più. Rispose: “Sono stato diverse volte in India, forse il Paese del «Terzo mondo» che più mi ha colpito e fatto pensare. Pensavo di scrivere un libro: Elogio di un popolo povero. Elogio non della povertà in se stessa, che quando diventa miseria è disumana, ma elogio delle virtù dei poveri, come ho avuto modo di osservare in situazioni concrete. cioè la solidarietà, l’ospitalità, la serenità, anche la
gioia di vivere, pur in condizioni di vita che a noi sembrano impossibili. Noi viviamo nell’abbondanza e nel superfluo, eppure non siamo mai contenti. Nei Paesi poveri spesso manca il necessario, ma c’è più ottimismo, più speranza nel futuro. Sì, i poveri hanno da insegnarci, eccome! Non so se le masse indiane di Calcutta o di Bombay (oggi Mumbai) sono più alienate delle folle di New York o di Londra. I due modelli di vita e di sviluppo dovrebbero integrarsi, imparare l’uno dall’altro: da un lato a produrre di più e a vivere con maggiori comodità, dall’altro a tornare a una vita più austera e più attenta ai valori morali e culturali che non ai beni di consumo superflui.
Una Chiesa missionaria perchè “in uscita”
Gli è stato chiesto anche: “Papa Francesco chiede una «Chiesa povera per i poveri», ma siamo ancora lontani da quel traguardo. Negli anni Sessanta alcuni vescovi scrissero il Patto delle catacombe, chiedendo una svolta radicale, ma restò lettera morta… Le riforme strutturali della Chiesa ci vogliono, ma non bastano. Noi battezzati: preti, suore, laici, vescovi, cardinali… , dobbiamo convertirci all’esempio di Gesù Cristo. Papa Francesco ha già fatto molte riforme strutturali ma anche lui si rende conto di quanto è difficile mettere assieme le opere del Vangelo e di carità con l’uso del denaro.
Gli è stato chiesto anche della sua scelta vocazionale del PIME. Ha risposto: “Perché è un Istituto totalmente orientato alla missione ad gentes, ed è il motivo per cui nel 1945 dal seminario diocesano di Vercelli entrai nel PIME. Avrei potuto scegliere una congregazione religiosa: i voti sono una grande cosa perché creano un attaccamento all’ordine e alla comunità. Però il PIME è un Istituto «libero». Padre Augusto Gianola, missionario fuori le righe, diceva: «Sono venuto al PIME e sono contento, nessun altro Istituto mi avrebbe lasciato fare questa esperienza». Studiando la storia del PIME (e Padre Gheddo l’ha scritta tutta, NdA) il lettore non immagina - lo dico con sincerità - quante personalità dell'Istituto si rivelano straordinarie! Giustamente il beato Padre Paolo Manna scriveva: “Noi del PIME siamo figli di santi”

Due eventi missionari in comune
Termino con due ricordi personali. Quando fui ordinato sacerdote il 21 giugno 1959, i superiori mi mandarono per un certo tempo a quello che sarà poi il Centro Missionario di Milano, fondato da Padre Gheddo, che già aveva letto qualche mio articolo su riviste missionarie. Mi chiese di restare con lui a Milano e lavorare assieme. Gli risposi che mi avrebbe fatto piacere ma premevo per partire per le missioni, magari in Birmania, e non finire come lui in Italia. Fui infatti destinato a… Trentola Ducenta (CE) a insegnare Lettere e filosofia nel locale Seminario del PIME, e a Napoli, alla redazione della rivista missionaria per famiglie, l’ultima fondata dal beato Padre Paolo Manna: Venga il tuo Regno. Ora, a 84 anni, sono ancora in attesa dell’ordine di partenza…
L’altro è legato all’amicizia con uno dei primi laici missionari che entrarono nel carisma e nella storia del PIME e che andrebbe riscoperto nella sua originalità e costanza missionaria di laico impegnato, soprattutto in quest’anno dedicato al Volontariato missionario laico nel PIME: il dottor Marcello Candia, impresario, nato a Portici, sotto il Vesuvio. Ci conoscemmo alla Parrocchia Sacro Cuore, alla Piazzetta Quattro Stagioni, lungo il Corso Vittorio Emanuele di Napoli, dove io avevo fondato un gruppo giovanile missionario nel tempo in cui il PIME aveva la sede e la Direzione Regionale per l’Italia Meridionale a pochi passi, in Via Tasso, 91.
Il Signore mi diede la grazia di scoprire lo spirito profondamente missionario del dottor Candia e di indirizzarlo al PIME. Padre Gheddo venne a Napoli per una serie di Conferenze, realizzate assieme a me, sul laicato missionario impegnato ad gentes e divenne subito amico e consigliere del dottor Candia.
L’amicizia comune con Padre Gheddo, con mons. Gaetano Pollio, arcivescovo di Kaifeng (Cina), dove era stato il primo vescovo cattolico imprigionato e condannato a morte dal regime di Mao Tse Thung, poi espulso; anche quella con me, che avevo da poco fondato il Movimento Giovanile Missionario, e altri missionari maturarono nella coscienza del dottor Candia la certezza della vocazione missionaria a vita. Donò, tramite me, una struttura ospedaliera, che venne destinata in Brasile e da qui nacque pure la passione del dottor Candia per questo paese immenso dove si donò specialmente ai lebbrosi, fondando e portando avanti quella struttura miracolosa, a Marituba, per la cura del lebbrosi. Vi andò anche san Giovanni Paolo II a visitarla, in una piazza stracolma di lebbrosi e di cattolici chiedendo dove fosse il fondatore. Il dottor Candia si era nascosto in fondo alla piazza…
L’ultimo gesto di stima e di amicizia che mi ha fatto Padre Gheddo è stata la presentazione sulle pagine di Avvenire del mio libro: Misericordia, Missione della Chiesa. Ora ancora di più non posso che guardare a lui come un modello di missionario del PIME e pregare e far pregare per la sua anima così squisitamente e totalmente missionaria, additandolo –come vorrei iniziare con questo scritto- soprattutto ai preti giovani e ai giovani dei Movimenti Ecclesiali, come vero modello per promuovere, come desiderò il Papa emerito Benedetto XVI, una nuova evangelizzazione nella Chiesa per il mondo. E ricordare di lui a noi suoi Confratelli e a tutti i missionari quella definizione di missionario che san Giovanni Paolo II impresse nella sua enciclica missionaria Redemptoris missio, alla quale chiamò a collaborare intensamente proprio Padre Gheddo: “il vero missionario è il santo!”.
Perché Padre Piero Gheddo è stato un missionario santo!
P. Giuseppe Buono, PIME

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Un esempio da imitare e far conoscere
Sono il Direttore del Settimanale Diocesano di Avellino, la città che ha dato i natali al beato Padre Paolo Manna e in un paese limitrofo ha dato pure i natali al primo e finora unico santo del PIME: sant'Alberico Crescitelli, di Altavilla Irpina, provincia -ripeto- di Avellino ma diocesi di Benevento, martire in Cina il 18 luglio 1900 nella innominabile strage di cristiani ordinata dall'ultima Imperatrice di Pechino per mano dei Boxers. Per la mia professione ho avuto modo di incontrare Padre Gheddo e di avere qualche rapporto con lui tramite Padre Giuseppe Buono, giornalista pure lui e grande animatore missionario. Ad Avellino, nel 1970, mise le basi di quello che sarà il Movimento Giovanile Missionario - oggi Missio Giovani-. Padre Buono ha inviato al mio giornale un articolo su Padre Gheddo, ricco di note e di esempi da imitare. Lo pubblico subito e volentieri perchè farà del bene alla nostra Diocesi, soprattutto al clero e ai giovani, e ringrazio Padre Buono per la continua collaborazione missionaria. (Mario)

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