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IL PIME IN ITALIA, IN EUROPA: PAESE DI MISSIONE

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6 Anni 4 Mesi fa #64 da manco.giovanni
IL PIME ITALIA, IN EUROPA: PAESE DI MISSIONE

“Come ho sottolineato nella Laudato sì, «dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune. La presa di coscienza di questa interdipendenza «ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune». La Chiesa, in particolare, in sintonia convinta e profetica con l’impulso a una sua rinnovata presenza e missione nella storia promosso dal Vaticano II, è chiamata a sperimentare che la cattolicità che la qualifica come fermento di unità nella diversità e di comunione nella libertà, esige per sé e propizia «la polarità tensionale tra il particolare e l’universale, tra l’uno e il multiplo, tra il semplice e il complesso. Annichilire questa tensione va contro la vita dello Spirito. Si tratta pertanto di praticare a una forma di conoscenza e d’interpretazione della realtà, nella luce del «pensiero di Cristo» (cfr 1 Cor 2,16), in cui il modello di riferimento e di risoluzione dei problemi «non è la sfera […] dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro», ma «il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità”. Con queste parole stilate nella nuova Costituzione apostolica “ Veritatis gaudium” sul rinnovamento degli studi teologici a 39 anni dalla Costituzione Sapientia Christiana di san Giovanni Paolo II, papa Francesco ha voluto ribadire quanto gia’ aveva fatto nell’Evangelii Gaudium e nell’enciclica Laudato sii sull’imprescindibile riforma missionaria della Chiesa e sulla necessaria presa di coscienza del cambiamento di paradigma in atto in tutti gli ambiti della conoscenza e della vita in questo incipiente secoloXXI che ci vede tutti protagonisti , nella fedelta’ al Concilio Vaticano II e al tempo presente, di un rinnovato slancio missionario che tenga fortemente presente gli scenari venienti, le periferie e le nuove “terre esistenziali”, come con una felice espressione le ha chiamate il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, quegli ambiti geografici e non, nei quali il Vangelo dovra’ incarnarsi. Non e’ una sfida facile se si pensa allo stato d’animo di molti nostri contemporanei spaventati dalla non ancora terminata crisi economica, dalle notizie di ritornanti fondamentalismi, dal pericolo non solo apparente di una “ terza guerra mondiale a pezzi” e la conseguente proliferazione di ordigni nucleari, dalla piu’ che accertata crisi ecologica e dall’arrivo in Occidente di barconi pieni di esseri umani che scappano da guerre, regimi corrotti e depredazione di territori in cerca di una vita piu’ degna per se’ e per i propri figli ( cfr. Francesco, Messaggio per la pace 2018). La Chiesa, e con essa anche il PIME, si vede sfidata a rispondere creativamente a queste sfide e a non lasciarsi prendere da quel sentimento panico e cinico di chi dice che tanto non cambiera’ niente e che forse e’ meglio rimanere a conservare il gia’ fatto, in una sorta di nostalgia romantica per l’archeologia del passato. Zigmunt Baumann, il compianto sociologo della societa’ liquida morto un anno fa’, le ha chiamate “ retrotopie”, cioe’ uno stato d’animo di attaccamento al passato che non permette di anticipare il nuovo. Anche il Festival delle missione di Brescia ha voluto sottolineare come l’urgenza della missione ad gentes per tutta la Chiesa significa ripensare non solo la metodología di azione, ma rivedere il nucleo e la sostanza dell’identita’ missionaria di fronte agli incipenti areopaghi che non sono piu’ solo geografici ma piuttosto esistenziali e hanno a che vedere con una maniera di sentire diversa che coinvolge l’aspetto antropológico, la “crisi” dell’essere uomini e donne in questo tempo, esaltante ma pieno di incognite. Proprio cosi’ si esprime papa Francesco rilanciando l’urgenza di costruire “ leadership” dallo sguardo ampio che indichino mete possibili e sognino il sogno di Dio di “ un altro mondo possibile” secondo il Vangelo: “E ciò è d’imprescindibile valore per una Chiesa “in uscita”! Tanto più che oggi non viviamo soltanto un’epoca di cambiamenti ma un vero e proprio cambiamento d’epoca, segnalato da una complessiva «crisi antropologica e «socio-ambientale» nella quale riscontriamo ogni giorno di più «sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie. Si tratta, in definitiva, di «cambiare il modello di sviluppo globale» e di «ridefinire il progresso»: «il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade». Ho preso parte all’ultima Assemblea della regione PIME Italia, pur non appartenendovi giuridicamente, a Capiago Intimiano nel novembre scorso dove sono convenuti numerosi i confratelli che lavorano nelle differenti case in quella che e’ giuridicamente ancora “ regione di Istituto”, ma che, mi sembra, abbia tutti requisiti e le potenzialiata’ per diventare “ regione di missione” a tutti gli effetti(le suore dell’Immacolata lo hanno gia’ fatto!) La relazione principale della DG sulla proposta della modifica degli assetti giuridici del PIME e l’ascolto attento degli interventi mi hanno ancora di piu’ convinto e rafforzato nell’idea che anche in Italia siamo nella “ missio ad gentes”, in questo sentendomi supportato dall’ ascolto e dalla testimonianza di molti missionari( alcuni missiologi) che ho ascoltato in questi due anni che sono in Italia. Padre Mario Menin, missiologo saveriano, che ha avuto un ruolo di primo piano nel Festival di Brescia ha ribadito questo concetto e lo ha rielaborato in chiave glocalista, cioe’ siamo definitivamente usciti dal paradigma esclusivamante geografico della missione, perche’ il pieno regime di mondializzazione e globalizzazione( ahime’ escludente e non inclusivo!) ha reso possibile la interconnessione di popoli e culture “ altre” che oggi abbiamo anche in Italia. Non e’ un caso se monsignor Del Pini abbia convocato un Sinodo minore, “ dalle genti” per riposizionare la Chiesa di Milano verso una dimensione interculturale e transculturale, caratteri della societa’ prossima futura, antidoti efficaci di fronte a forme di neopopulismi, antisemitismi e razzismi ritornanti, anche nella bella Italia. Siamo ,dunque, di fronte ad un mondo in cui il locale e’ globale e il globale e’ il locale, dove non si possono piu’ fare nette demarcazioni tra l’ad intra e l’ad extra, tra nuova evangelizzazione( cfr. Verbum Domini) e missio ad gentes, tra paesi cristiani e paesi di missione( i pastoralisti dell’Urbaniana, Luciano Meddi e Carmelo Dotolo la chiamano situazione “ postcristiana” di fronte alla quale la pastorale ordinaria deve riposizionarsi completamente), situazione in parte prevista dalla RMi di Giovanni Paolo II, ma in quegli anni 90 non ancora elaborata nella complessita’ degli scenari del secolo in atto. La spinta propulsiva che viene dal pontificato di papa Francesco che, riprendendo le fila dello “ spirito e della lettera” del Vaticano II, chiama tutta la Chiesa alla gioia dell’annuncio del Vangelo e ad una conversione pastorale o pastorale in conversione, invita a “ trasformare ogni cosa, perche’ le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, piu’ che per l’autopreservazione…”(EG27). Potremmo dire, in altre parole, che tutta la Chiesa deve rimettersi in stato di missione permanente, perche’ “ non e’ la Chiesa che tiene una missione, ma la missione che fa la Chiesa”(J. Moltmann; concetto ripreso dal Congresso americano missionario in Venezuela nel 2013 attraverso il giovane teologo argentino Luca Cervino). Anche gli Istituti missionari presenti in Europa e in Italia se vogliono essere ancora propositivi “ sono provocati a un sussulto di vitalita’, guardando alle loro origini con fedelta’ creativa, senza tirare i remi in barca, adattandosi alle situazioni e mimetizzandosi tra le attivita’ pastorali”(M. Menin). Dovremmo riflettere di piu’ su quanto il Superiore generale ha detto nella relazione alla RI nel dicembre 2016 che bisogna “ osare di piu’ in Italia, ma bisogna farlo “ come vino nuovo in otri nuovi”, uomini nuovi animati dallo Spirito del Risorto che ci invia in un mondo “ ferito”(relazione del cardinal Tagle a Brescia). Non basta cambiare e snellire le strutture e la configurazione giuridica dell’Istituto se non siamo disposti ad operare quella conversione/metanoia che a partire da me(conversione personale) permette di apportare cambiamenti anche nelle strutture, rileggendo il carisma pimino nelle “ rerum novarum” e nei “ segni dei tempi” che il Signore sta’ attuando nella storia dell’umanita’. Non si deve solo leggere la storia nel Vangelo, ma anche il Vangelo nella storia. Non si tratta di fare qualcosa di diverso da quell’ad gentes, ad extra, insieme e ad vitam” che e’ il nostro specifico come PIME nella Chiesa rispetto ai comboniani e ai saveriani, ma allo stesso tempo dobbiamo guardare all’Europa/Italia “ país de misión”( Daniel /Godin) in piena secolarizzazione che ci vede in prima fila nella formazione ad e inter gentes e nell’attivazione nelle diocesi di processi catalizzatori di missionarieta’ ad intra e ad extra in comunione con il clero locale, gli altri istituti, movimenti e soprattutto i laici, veri corresponsabili e protagonisti in una Chiesa discepola- missionaria nel XXI secolo. A cento anni dalla istituzione della PUM sarebbe un ripartire alla grande! La bella e fortunata esperienza dell’accoglienza dei migranti e rifugiati a Sotto il Monte e a Sassari dice a noi pimini l’importanza di quell’ “accogliere, difendere, promuovere, integrare” cui ci invita Francesco per costruire la pace in questa nostra Europa/Italia segnata da ricorrenti populismi particolaristici e da tentazioni sovraniste- isolazioniste. Non dovremo occuparci noi dell’accoglienza logistica dei rifugiati( per questo ci sono le caritas, le diocesi, le ongs), ma noi possiamo contribuire a rafforzare nelle diocesi quei processi di autentica cattolicita’, universalita’, integrazione e intercultura, glocalita’, necessari alla societa’ italiana/europea che si proietta nella mondialita’ nella modalita’ della new global inclusiva e non escludente. Perche’ non sognare anche un Pime in Europa che ci aiuti a “sprovincializzarci” e a vederci proiettati negli scenari futuri di un’ Europa a grande respiro, cosi’ da essere una “ macroregione” non da meno delle altre eventuali “ macroregioni” Pime come sono state proposte dalla speciale commissione ad hoc.Visto che siamo in Europa perche’ non sognare anche un Pime spagnolo, francese, tedesco? Sogni ad occhi aperti, mi direte! E perche’ lasciare andare la preziosa eredita’ delle Chiese del sud Italia che hanno dato al Pime piu’ di duecento missionari, tra questi un santo e due beati? Avrete capito che il mio parere sullo snellimento gestionale dell’istituzione Pime va in direzione delle macroregioni come nella Panbrasiliana, a patto che si rispettino le identita’culturali/linguistiche delle circoscrizioni di origine e un vero spirito di comunione attraverso leaderships intelligenti e sagge e di ampie vedute che sappiano fare da “traite d’union” con la DG e con tutti e singoli i membri. Le delegazioni, benche’ risultino funzionali a un esercizio amministrativo meno farraginoso, le vedo in questa congiuntura del tempo direttamente e proporzionalmente succubi di un potere centrale, questo si’, simile alle holdings multinazionali con tanto di executive and yes mens, a svantaggio di una ampia partecipazione nella “ cosa e casa comune”. Sono convinto che l’attuale DG ci stia traghettando verso l’AG 2019 con queste premesse e tenendo presente anche il naturale processo di ampia e inesorabile internazionalizzazione con aumento di membri dall’Africa e dall’Asia, soprattutto India, avamposto della missione nel continente della speranza in questo nuovo secolo. Le future leaderships cui accenna il papa nella Veritatis gaudium e che dobbiamo sforzarci di formare nei nostri seminari vanno proprio nella direzione di un cambiamento di paradigma a 360 gradi che metta in gioco tutte le risorse umane, pastorali, spirituali e intellettuali(teologiche- missionologiche) per formare l’uomo e il missionario di domani(“l’uomo del futuro”, come ha detto Eraldo Affinati di don Lorenzo Milani), pneumatico, straniero, pellegrino, non identitario, non egosintonico/narcisista, non carrierista, ma contempla-attivo, alteristico, dialogale e diaconale, popolare con la Parola/parola( non populista!), come papa Francesco auspica per tutti i pastori della Chiesa. Osare di piu’ significa inoltre anche aprirsi alle nuove emergenze dei giovani e i loro nuovi linguaggi, definiti “ millennials”, al mondo dell’universita’e della rivoluzione digitale, la genomica, la robotica, al dialogo proficuo con il pensiero contemporaneo soprattutto non credente, le tecnologie e le scienze con enfasi nelle neuroscienze, cosi’ da poter colmare quel dialogo con la modernita’, rimasto interrotto dopo la Gaudium et Spes e che, secondo il papa “venuto dalla fine del mondo”, dovrebbe essere uno dei compiti della nuova evangelizzazione e di una Chiesa esodale. Last but not least, quel cammino ecumenico-interreligioso che ci vede lavorare insieme agli uomini e donne di altre fedi presenti nei nostri territori sui temi della pace, della giustizia, della legalita’ e la salvaguardia della casa comune, improcrastinabile dopo la Laudato sii( la pachamama indigena come la chiamiamo in Amerindia). Anche queste sono sfide missionarie, nuovi areopaghi che ci vedono non piu’ in retroguardia nella cittadella assediata, ma uomini della relazione, del dialogo, della piccolezza e dell’assunzione di quell’ineliminabile fragilita’che, consapevole della condizione di debolezza della “condition humaine”, trasfigurati da Cristo nella forza dello Spirito, ci trasforma in segni e strumenti della tenerezza di Dio per ogni uomo, soprattutto i poveri e gli esclusi della terra. Un cenno di gratitudine vorrei inviare ai confratelli piu’ giovani che stanno lavorando alacremente nell’animazione specifica con le nuove generazioni qui’ in Italia , dovendosi inventare sempre nuove strategie e cammini affinche’ facciano l’incontro con Cristo, primo missionario del Padre. E’ Lui che ci invia tutti per le strade del mondo, a partire dall’Italia e da ogni dove, ricordando a me e ad ognuno di voi che saremo sempre si’discepoli missionari del Vangelo, ma servi inutili a tempo pieno( don Tonino Bello).
p. Gianni Manco

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