Al giro di boa dei 70 anni, il Pime in Brasile riparte per nuovi orizzonti
A distanza di settant’anni dall’arrivo dei primi missionari dell’Istituto in Brasile, tutta la comunità Pime sparsa per ilPaese si è incontrata a Brasilia, dal 25 al 29 gennaio, per celebrare, ringraziare, valutare, discernere e progettare con speranza il suo futuro. Padre Pedro Facci, missionario in Amazzonia, condensa in questo breve articolo il clima che si è respirato durante l’incontro, le decisioni prese e le priorità stabilite per il futuro.
In un giorno di dicembre del 1946, settant’anni fa, tre missionari del Pime - Attilio Garré, proveniente dalla Cina, Aristide Pirovano e Giuseppe Maritano (questi ultimi due sarebbero poi diventati vescovi di Macapá e fondatori della missione nell’Amazzonia brasiliana) - sbarcavano nel porto di Santos, in Brasile. Iniziava così l’epopea del nostro Istituto, che lanciava nella Terra della Santa Croce il seme dell’evangelizzazione ad gentes. Impossibile contare i frutti che sono nati da quella semina che, in breve tempo, avrebbe dat origine a un albero fecondo, gettando i suoi rami in tutto il Brasile (São Paulo, Paraná, Amazonas, Amapá, Rio de Janeiro, Pará Santa Catarina, Mato Grosso do Sul, Minas Gerais e Sergipe), facendo nascere comunità, parrocchie, diocesi, come Parintins e Macapá, suscitando e formando vocazioni diocesane locali e, in un secondo tempo, anche vocazioni missionarie, e sopratutto consegnando le sue comunità ben formate alla Chiesa locale, nella più autentica e genuina tradizione carismatica “pimina”.
A distanza di settant’anni, tutta la comunità Pime sparsa per il Brasile si è incontrata a Brasilia, dal 25 al 29 gennaio, per celebrare, ringraziare, valutare, discernere e progettare con speranza il suo futuro.
Naturalmente molte cose sono cambiate dal quel lontano 1946, ma lo spirito e l’entusiasmo missionario no: anzi, esso continua sempre come segno di autenticità e attualità del carisma in terra brasiliana. Basta dare un’occhiata ai lavori e ai risultati dell’assemblea per constatare questo cambiamento. Nei primi tempi il gruppo dei missionari del Pime era prevalentemente italiano: oggi un quarto dei presenti all’assemblea proveniva dal Brasile, oltre che dall’America, dall’Asia e dall’Africa. E si tratta dei missionari più giovani, il futuro del Pime. Un cambiamento epocale, come ha sottolineato il Superiore generale p. Ferruccio Brambillasca, che non è solamente culturale o geografico ma anche ecclesiale.
Se, di fatto, anni fa la presenza del Pime in Brasile era segnata dall’adagio ecclesiologico della “plantatio ecclesiae” (ossia fondare la Chiesa e le sue strutture là dove ancora non c’era nulla), oggi la priorità è diventata la “animatio missionis ecclesiae”, ovvero l’animazione missionaria della Chiesa locale. È stata questa infatti la nota dominante dell’incontro, che ha già manifestato il nuovo volto dell’Istituto, con nuovi membri brasiliani che lavorano nelle missioni ad gentes, fuori dal Paese di origine, seminando la Buona Notizia dell’ “andate in tutto il mondo...”, tra i popoli.
Particolarmente eloquente, sotto questo profilo, la testimonianza di mons. Pedro Zilli, vescovo brasiliano del Pime a Bafatá, Guinea Bissau: il presule ha spiegato come oggi molti laici e laiche brasiliani arrivano nella sua missione per condividere il Vangelo. Molto interessante in questo senso la collaborazione con la Chiesa del Paraná, uno stato del Sud Brasile tra i primi della presenza del Pime, che ha sancito con la Chiesa di Bafatá un gemellaggio, inviando laici e sacerdoti, ed ora l’iniziativa delle 20 mila Bibbie per l’Africa. È uno dei segni profetici che fa della Chiesa una “comunione itinerante”, come sottolineava il card. Claudio Hummes, presidente della Commissione Episcopale per l’Amazzonia (Ceam) e della Rete Panamazzonica (Repam), invitato ad aprire l’assemblea del Pime e che ha tracciato già dalla sua prolusione alcune linee importanti per il futuro, basandosi sulla Evangelii Gaudium e sul documento del Celam di Aparecida.
Quali i risultati di questo incontro, chiamato “Panbrasiliana”?
Innanzitutto la conferma di una rinnovata scelta per i poveri, in linea con la sensibilità ecclesiale latinoamericana, sottolineando maggiormente il nostro impegno in Amazzonia, che il cardinale Hummes ha chiamato “periferia delle periferie”. Particolare attenzione, quindi, verrà data ai popoli indigeni, agli emarginati come carcerati, migranti, le vittime del traffico umano, gli abusati, senza terra, senza tetto, vittime di droga... Ma non solo. Ci si è interrogati anche come evangelizzare le grandi città e una cultura sempre più secolarizzata e apparentemente impermeabile all Buona Nuova. Ecco allora il progetto chiamato “Umanesimo integrale”, che si propone di entrare nelle scuole e università per annunciare, anche in veste laica, la centralità di Cristo capace di dare un senso e un di più alla vita.
Sono state scelte quattro aree missionarie: São Paulo-Paraná, Manaus-Parintins, Macapá-Belém e il Nordest.
L’assemblea ha anche scelto di unificare le regioni esistenti (Amazonas, Amapá e Brasile Sud), in un’unica regione, chiamata d’ora in poi Pime Brasile. Una scelta coraggiosa in sintonia con i segni dei tempi che esigono una maggior concentrazione di forze e obiettivi chiari di azione.
La presenza del direttore delle Pontificie Opere Missionarie del Brasile, padre Camillo Pauletti, sacerdote diocesano brasiliano con esperienza missionaria in Mozambico e in Amazzonia, ha dato all’incontro una nota importante per un maggior inserimento nella Chiesa locale. Il Pime infatti vuole mettersi a servizio della Chiesa in Brasile, rendendola sempre più consapevole del suo essere “soggetto di missione”, affinché il carisma missionario ad gentes entri, poco a poco, a far parte del Dna della Chiesa locale che dovrà assumere sempre di più, con coraggio e audacia, quella conversione missionaria alla quale papa Francesco continuamente ci richiama.
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