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"Dopo il Cp, ecco il cammino che attende il Pime"

Rientrato pochi giorni fa da due settimane di permanenza a Hong Kong, padre Ferruccio Brambillasca si dice soddisfatto del lavoro del Consiglio plenario (Cp) che ha visto riuniti i superiori delle varie circoscrizioni Pime per il consueto “punto della situazione” a metà del cammino tra un’assemblea generale e l’altra (la prossima sarà nel 2019). In questa intervista riprende alcuni dei temi trattati, in attesa che la Direzione generale formalizzi quanto emerso dal Cp e lo comunichi nelle prossime settimane.

 

Padre Ferruccio, il tema del Consiglio plenario suonava “Uomini nuovi in strutture nuove”. Tu stesso nella relazione di apertura hai molto insistito sull’esigenza di rinnovare il Pime innanzitutto partendo dal rinnovamento personale. Che intendi?

Prima di cambiare le strutture occorre cambiare il cuore. Significa tornare al carisma, anche nei volti concreti dei missionari e nelle decisioni personali, lo stile di vita assunto (viaggi, vacanze, uso de soldi e del tempo libero…). La fraternità è una priorità: non siamo dei religiosi, ma sono convinto che il rapporto tra i membri dell’istituto è la chiave per poter andare avanti come missionari del Pime. I giovani chiedono più vita fraterna e su questo occorre che ci giochiamo di più. Le cose stanno migliorando, m ancora oggi alcuni di noi hanno un atteggiamento da “battitori libero o navigatori solitari. Fanno belle cose, ma farli entrare in un progetto comunitario diventa difficile. Ai superiori ho raccomandato di “custodire” i confratelli, perché il nostro primo compito è quello: farci carico di quanti camminano con noi nel Pime. Solo così le nostre comunità saranno veramente tali e non solo una cerchia di persone che si trovano ogni tanto per mangiare o per discutere qualche tema importante.

Un richiamo importante, visto che tradizionalmente nel Pime si è assistito a un certo “individualismo strutturale” (esemplificato dal famoso motto “Al martirio, ma non in fila”)…

Le nostre comunità sono fatte di singole persone con il proprio carattere, con i propri problemi e con i propri talenti. Ognuno di noi è diverso rispetto all’altro. La convivenza con i nostri confratelli diventa un compito giornaliero per tutti noi nell’integrare nella comunità i doni e le diversità. Un impegno importante del superiore deve essere, prima di altre cose, conoscere a fondo le persone a lui affidate, per custodirle e aiutarle a crescere. Le e-mail sono utili, ma non bastano, così come la chiamata sul cellulare: occorre cercare l’incontro personale: c’è il rischio di prendere decisioni affrettate senza attenzione alla qualità dei rapporti. Quindi la visita ai confratelli – almeno una volta all’anno – è essenziale per un superiore: se manca questo, anche tutto il resto diminuisce di valore, oppure rischia di diventare un lavoro senz’anima. Occorre quindi saper organizzare anche la vita comunitaria in modo adeguato: ossia programmare con cura le assemblee mensili o annuali, offrire per tempo alla comunità momenti di riflessione sulla nostra missione e sulla nostra vita spirituale, promuovere incontri formali e informali per poter crescere insieme. Possiamo organizzare grandi strutture, ma se non facciamo questo non andiamo lontano. Una comunità che mai si ritrova, che mai prega insieme, che mai riflette insieme, farà molta fatica a crescere e i problemi tra di noi sicuramente aumenteranno o saranno di difficile soluzione.

Una bella fatica per i superiori…

Certo: tutto questo esige, facile intuirlo, un vero cammino spirituale, una chiamata a darsi tutto ai confratelli (tempo, fatica...). La solitudine in missione è ancora presente ed è importante che dal superiore arrivi, al momento giusto, la parola di conforto, di vicinanza…

Questo vale, in particolare, per chi vive momenti o situazioni di fragilità, per vari motivi…

È un tema vecchio, m anche nuovo perché in realtà non se ne parla molto. Io ho voluto che l’affrontassimo, anche perché ci sono confratelli che da anni sono fuori dall’istituto e pochi si ricordano di loro… Altri confratelli giovani e meno giovani vivono difficoltà di vario genere (accade nel Pime, ma anche in altri istituti): sono situazioni da gestire insieme. Ebbene: se, come superiori, siamo vicini a queste persone possiamo “salvarle”, altrimenti si perdono ed è un danno per tutti. Tenendo conto che un confratello non va gestito come una struttura; quest’ultima la si può modificare, chiudere ecc. Una persona, no! Va seguita, accompagnata. Ne va del futuro stesso dell’istituto. Su questo il Cp ha preso delle decisioni precise.

A che punto è il processo di internazionalizzazione dell’istituto?

Sta crescendo, in modo positivo. Alcuni superiori non sono più italiani e presto ne avremo altri: prima il cambiamento del Pime lo si vedeva solo alla base, adesso pian piano anche al vertice. E questo può implicare anche un cambio di mentalità. In passato c’era sostanzialmente solo il grosso gruppo degli indiani, ora sta emergendo anche un buon numero di africani. Lo si vede bene nel Seminario (in India abbiamo un centinaio di seminaristi). Questi confratelli cambieranno l’istituto: avremo in futuro anche missionari non italiani che gestiranno strutture in Italia. Del resto, il baricentro dell’istituto si sta spostando verso l’India e l’Africa e questo ci chiederà di ripensare alcune cose. Ad esempio: l’animazione missionaria. Oggi investiamo molto in Italia e Brasile. Bisognerà pensare a investire in questo settore in Africa o altri paesi dove lavoriamo e dove non c'è ancora un programma di animazione...

Come vengono accolti nei Paesi di missione i padri non italiani?

Dipende molto dai contesti, ma in generale c’è una buona accoglienza: il fatto che il padre sia del Pime è un buon motivo perché la gente dia loro credito. Inoltre va detto che alcuni padri provenienti – ad esempio – dall’Africa si inseriscono in situazione di semplicità e povertà con meno fatica rispetto a noi italiani. Spesso i missionari nuovi, non italiani, preferiscono operare in missioni semplici, dove ci siano poche strutture, dove non ci sia un grande “giro” di denaro, per essere più liberi di calarsi nella vita della gente. Un missionario birmano mi ha detto, di recente: “Caro superiore, vai a pregare a mio nome sulla tomba di un mio amico missionario italino: perché a me la vocazione missionaria non è venuta vedendo le opere o le strutture, ma la vita donata delle persone”.

Insomma, anche qui i tempi cambiano…

Certo: sta finendo l’epoca del missionario-muratore o “impresario”, che realizzava grandi strutture (penso ai padri Colombo e Pezzoni in India, ad esempio). Del resto, queste sono anche le richieste che arrivano dalle diocesi: oggi, ad esempio, ci chiedono sempre di più formatori per i seminari: un campo nuovo della missione.

Quali strutture nuove, una volta rinnovato il cuore dei missionari?

Strutture semplici, che siano facili da passare da un confratello all’altro o, un domani, da consegnare alle diocesi locali. Importante che siano strutture davvero a servizio del Vangelo, non frutto di “pallini” personali o di scelte di comodo. Per annunciare il Vangelo non c’è bisogno di tante strutture. Questo comporterà il concentrare il numero di opere, per risparmiare sui soldi e le risorse umane. Il rischio, altrimenti, è di diventare schiavi delle strutture stesse. Andiamo all’essenziale, insomma e operiamo il necessario discernimento. Vale per l’Italia e per tutto il mondo.

Nel Cp si è parlato anche dello stile di vita e le vacanze dei missionari. Come mai?

Credo che il nostro stile di vita abbia una relazione profonda su come costruiamo una nuova struttura, su come amministriamo i nostri soldi, su come viviamo la carità verso i poveri e su come gestiamo il nostro tempo libero. Papa Francesco insiste molto su questi temi, ma forse non basta, visto che alcuni confratelli sembrano non sentire questi richiami. Questo delle vacanze, che può sembrare un discorso banale e senza una via di facile soluzione, rappresenta per me un tema delicato perché tocca la vita di ogni giorno, la nostra via alla santità e la fedeltà alla missione. Anche questo è ciò che ci purifica, ci fa crescere e ci rende degli autentici missionari.

Ma non siamo più nell’epoca del missionario che partiva e non ritornava più in patria, come accadeva un tempo. O no?

Certamente! Tuttavia, credo che tutti noi dovremmo fare un serio esame di coscienza su come noi e i nostri confratelli gestiamo il nostro tempo, in modo particolare i nostri viaggi e le nostre vacanze. Si ha, infatti, sempre più nettamente, l’impressione che basti, talvolta, una piccola e banale motivazione per permettersi un viaggio verso la patria o per altri paesi. Occorre che questa situazione cambi, altrimenti diamo una testimonianza negativa ai nostri fratelli e sorelle dove lavoriamo (che a volte nemmeno possono permettersi un viaggio fuori dal proprio piccolo villaggio). Inoltre non credo che nemmeno i nostri familiari, amici, conoscenti e benefattori, vengano edificati dal nostro andare e tornare frequentemente in patria. Infine, siccome non tutti possono permettersi questi viaggi c’è da chiedersi se non sia, questo, un atto violento contro la nostra comunione fraterna.

Gerolamo Fazzini

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