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Patria e Religione. Religiosi e religiose italiani nella prima guerra mondiale

Patria e Religione. Religiosi e religiose italiani nella prima guerra mondiale. Tra di essi anche il Pontificio Istituto per le Missioni Estere.

Nel complesso del Vittoriano, noto ai più come Altare della Patria, dal 3 novembre scorso fino a 5 febbraio, è stata allestita una mostra che racconta la partecipazione di migliaia di religiosi/e italiani alla Grande Guerra. Tra di essi anche alcuni confratelli del Pime.

La mostra parte da lontano perché, a onor del vero, già dal 1848, le guerre risorgimentali che portarono all'unità d'Italia, avevano registrato una massiccia partecipazione di religiosi/e. Era del tutto normale che vi partecipassero, sia con atti liturgici a favore delle truppe, in qualità di cappellani militari, sia con la partecipazione diretta sul campo di battaglia, curando i feriti e raccogliendo gli orfani.

Quanto alla Grande Guerra, vi presero parte in particolare 9370 religiosi, membri di 41 istituti e congregazioni maschili, su un totale di 14200 religiosi allora censiti sul suolo nazionale. Erano Oblati di San Giuseppe, Camilliani, Passionisti, Carmelitani, Benedettini, Domenicani, Cappuccini, ... La mostra e i curatori hanno fatto il possibile per non dimenticarne nemmeno uno!

Si trattava per lo più di sacerdoti (4004), oblati senza voti (728) e, in misura minore, chierici ancora in formazione. A questa massiccia partecipazione si aggiungeva il fatto che le case di molti istituti furono requisite per uso militare e divennero "case del soldato", o ospedali, o persino prigioni. In questo contesto spicca l'operato dei cappellani militari, ripristinati nel 1915. Fu istituito inoltre l'Ordinariato militare con la nomina di Mons. Angelo Bortolomasi (1869-1959), vescovo e considerato alla pari di un generale maggiore. Contribuì a questo ripristino il fatto che i soldati stessi chiedevano la presenza del cappellano, ritenuto dai più un "elemento di equilibrio e conforto per tutti i combattenti, in grado di sostenerne lo spirito patriottico". I cappellani si preoccupavano non soltanto del servizio di culto ma anche di inviare notizie alle famiglie dei soldati, controllare gli elenchi dei militari dispersi, aiutare feriti e moribondi, custodire gli effetti personali di chi periva in battaglia, sistemare i cimiteri di guerra. Alcuni cappellani avevano persino le competenze necessarie per studiare il comportamento dei soldati in guerra. È il caso di P. Agostino Gemelli che ebbe l'occasione di constatare e studiare fenomeni di mutismo, cecità, paralisi e follia tra i soldati, dovuti all'insostenibilità della guerra. Lo stesso Gemelli non ebbe scrupolo a celebrare la consacrazione di tutti i militari al Sacro Cuore di Gesù con grandi preghiere e distribuzioni di immagini e, nel 1918, diede vita al bollettino interno "il cuore di Gesù ai soldati". Fecero lo stesso i salesiani consacrando i militari sul campo a Maria Ausiliatrice.

Tra i chierici in guerra, i curatori della mostra non hanno mancato di censire la presenza di Vincenzo Villa (1891-1916) primo alunno del Pontificio Istituto Missioni Estere a morire sul campo di battaglia. Non solo Salesiani, Gesuiti, Passionisti quindi, ma anche Missionari del Pime!

I religiosi si trovavano dispersi su più fronti, prestavano servizio nelle ambulanze fluviali, negli ospedali da campo, e ovunque ci fosse bisogno di assistenza morale e spirituale ai soldati per "suggerire loro come comportarsi nei tanti imprevisti che la guerra poteva portare". Per i suoi 54 membri impegnati sul fronte, il Pontificio Istituto Missioni Estere fondò il bollettino di collegamento "Pro Aris et Focis" il cui primo numero uscì nel giugno del 1916. Purtroppo in guerra c'era un notevole bisogno di preti... E il Pime diede il suo contributo.

La gran parte delle "case del soldato" allestite per offrire conforto ai reduci erano animate da sacerdoti che li aiutavano nel bisogno di "essere confortati, rasserenati, riconciliati con la vita per non finire nell'abbrutimento e nei vizi". Dopo la ritirata di Caporetto, nell'ottobre del 1917, le case passarono da 250 a 500.

"Qui si diventa feroci come bestie" scrive un soldato dal fronte. Non pochi cappellani andavano in crisi perché la guerra negava insistentemente tutti i valori per cui erano diventati dei religiosi. "Quando si è in guerra si diventa guerrieri... - scrive Antonio Bizzotto, religioso scalabriniano - Talvolta - continua - stanco mi addormento tra i morti. Affamato, prendevo le scatolette di carne ai morti, nessun ribrezzo, tra i vivi e i morti in guerra regna una gran fratellanza...". Il chierico Arcangelo Bernardi racconta di "scene strazianti", "un istante e al rombo del cannone i compagni che mi circondavano erano caduti; chi spezzato il capo aveva incontrato un morte fulminea; chi ferito agli occhi si trascinava per terra... Qua e là un rantolo affannoso, rauco, una voce tenue, esile che mormorava: ho sete, muoio...". Commovente e lucida la testimonianza del caporale Pietro Squinabol, gesuita: "13 agosto. Ho ferma speranza che il Signore mi concederà la grazia di morire su un altro campo di battaglia, non armato di fucile, spargendo vite, ma armato del S. Crocifisso, salvando le anime". Durante uno scontro con una pattuglia austriaca nemica " tre di noi fecero fuoco" e gli austriaci ebbero la peggio. "Cessato il fuoco, si osservò con il binocolo se qualcuno si celasse qua e là, e fu visto un poveretto bocconi a terra tra l'erba: era una vittima. Rabbrividii, mi vennero le lacrime agli occhi e recitai un requiem per quel poveretto... Era la prima volta che sparavo sul nemico a così poca distanza...". Persino i superiori cercavano di incoraggiare i cappellani sul campo con discorsi che ora farebbero sorridere. In una circolare del rettore maggiore dei salesiani datata 24 ottobre 1917 si legge: "la patria nell'ora presente esige certo da ciascuno di noi gravi sacrifici individuali e sociali; ma come la nostra Pia società dona lealmente tutto il contributo che le si domanda, così nessun vero Figlio di don Bosco si rifiuta di fare la sua parte, perché alla scuola di Lui ha imparato ad amare e servire la patria terrena per assicurarsi la vera Patria nell'eternità beata".

Quanto alle religiose, esse non furono da meno dei religiosi. Delle 45000 donne consacrate censite nel 1911, si conta che almeno un terzo di esse fu impegnato durante la guerra. Le Figlie di Maria bambina, 780 religiose impegnate in 140 ospedali; le Elisabettiane di Padova, 250 religiose impegnate in 30 istituzioni ospedaliere, le Sorelle della Misericordia impegnate in più di 50 ospedali, ma l'elenco potrebbe continuare e la mostra, infatti, ancora una volta, non dimentica nessuno. Apposite convenzioni con la Croce Rossa e la sanità militare regolavano il servizio delle religiose nelle innumerevoli strutture ospedaliere militari. Molto spesso i conventi e le case religiose stesse venivano trasformate e adibite ad ospedali con le suore che rimanevano per garantire il servizio liturgico e quello ai malati. Solo per citare un esempio, le suore di Maria Bambina che a Milano, tra il 1915 e il 1919 riuscirono a curare nel solo Ospedale maggiore, 16488 militari. Sempre alle religiose si devono una gran quantità di iniziative a favore degli orfani di guerra. Non v'era provincia, anzi città senza una struttura religiosa per l'accoglienza dei numerosissimi orfani che la guerra aveva prodotto.

Non di rado chi era nemico in guerra si ritrovava amico per la fede. Per questo i cappellani potevano celebrare esequie anche di soldati nemici... Oppure, nel caso dei gesuiti francesi e tedeschi, essi non mancarono di scontrarsi per opposte letture della situazione storica. I gesuiti tedeschi auspicavano la vittoria della Germania sulla Francia anticlericale, mentre i gesuiti francesi consideravano la Germania "il peccato dell'Europa".

Alla fine del conflitto con il decreto del 15 ottobre 1918, la Santa Sede stabilì che tutti i religiosi che avevano partecipato alla guerra seguissero un corso di esercizi spirituali prima di rientrare alle loro sedi. E questo per rimettere ordine nelle loro coscienze. L'enorme apporto dei religiosi e delle religiose alla guerra procurò alle congregazioni il diritto ad essere riconosciute dallo Stato, senza il timore di essere emarginate dalla scena pubblica.

La mostra non voleva entrare nel merito delle questioni morali, ma solo fare memoria del sacrificio di così tanti religiosi e religiose che hanno obbedito e per questo hanno patito. Spesso senza perché, rinnegando le ragioni della loro stessa fede.

Patria, Guerra

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