Thailandia | Tra le "tribù dei monti" il terremoto semina solidarietà
Il 5 maggio scorso la terra ha tremato nel Nord della Thailandia, dove sono presenti anche le missioni del Pime. A due settimane di distanza, abbiamo chiesto a padre Valerio Sala, milanese di Carugate, classe 1973, in Thailandia da alcuni anni, di raccontarci la situazione e il segno che questo evento ha lasciato nella vita della missione. Ecco la sua testimonianza.
Il terremoto è venuto a farci visita – una visita improvvisa ed inaspettata, tanto più che la Thailandia non e’ una nazione ad alto rischio sismico - esattamente una settimana prima dall’inizio del nuovo anno scolastico e a pochi giorni dall’apertura dei nostri ostelli. Uno di essi, quello vicinissimo all’epicentro, è quasi del tutto inagibile. E pensare che avevamo appena finito i lavori di ristrutturazione per accogliere un gruppo di adolescenti di un nostro progetto educativo. Fortunatamente al centro della missione, nella cittadina di Mae Suay, pur avendo avvertito molto bene la scossa , i danni sono stati lievi. In ogni caso, i 34 ragazzi delle medie sono entrati all’ostello della missione sabato 10 maggio e il 14 hanno regolarmente iniziato il nuovo anno scolastico nella grande scuola cattolica ad una trentina di chilometri dalla nostra missione. La vita al centro quindi continua regolarmente, anche se adesso c’è un po’ di timore nel fare le scale o per dormire al secondo piano.
Come vivono i thailandesi questa situazione? Le reazioni sono molteplici. Quelle che vedo nelle persone vicino a me trasmettono un senso di “paura”: il terremoto è per tutti un’esperienza nuova, mai avuto una scossa di questa forza, si è sempre e solo sentito le scosse della vicina Birmania e di altri paesi confinanti.
Apiwat, un vispo bambino dei nostri villaggi che quest’anno va in quarta elementare, ogni volta che c’e’ una scossa di assestamento piange….. Naturale! Gia’ noi “grandi” ad ogni scossa ci allarmiamo e scappiamo, per un bambino di 9 anni deve essere proprio un esperienza singolare e paurosa.
Poi ci sono i “fatalisti” che non se ne fanno un grande problema. Il giorno dopo la scossa forte, il nostro elettricista è venuto a riparare alcuni ventilatori, e nel bel mezzo di una forte scossa di assestamento si trovava al secondo piano della “canonica”: noi al piano terra siamo scappati tutti fuori. Lui, come se nulla fosse, è sceso a prendere un cacciavite dalla sua auto con un sorriso disarmante!
Si vorrebbe far finta nulla, ma come fai? Adesso sembra che la situazione sia più tranquilla, ma si vive con un po’ di ansia, non solo per l’incolumità personale, ma soprattutto per quella dei ragazzi già rientrati negli ostelli per iniziare il nuovo anno scolastico, per i malati che popolano il centro della missione in attesa di andare in ospedale e per gli abitanti dei villaggi sui monti, che hanno avuto danni seppur lievi.
Si comincia a parlare di ricostruzione: il punto è trovare i fondi… Due catechisti mi hanno detto che vorrebbero sensibilizzare i cattolici dei nostri 29 villaggi e tutti i collaboratori della missione per una colletta “generale” per la ricostruzione. Parlavano entrambi di una sorta di “tassazione” per ogni singola famiglia e avevano già calcolato il totale di quello che si potrebbe raccogliere. Sembrerebbe una cosa “normale” quella di aiutarsi in questo modo, ma per gente come i tribali dei monti, abituati spesso a chiedere soldi per campare, pensare e voler organizzare una cosa del genere forse è l’inizio di un cambiamento di mentalità: quel cambiamento che noi sinceramente speriamo e che stiamo cercando di insegnare: passare da un popolo di “assistiti” a “collaboratori” della missione. Sarebbe come vivere il Vangelo al modo delle prima comunità cristiane descritte negli Atti degli Apostoli: “Tutti coloro che erano diventati credenti, stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune : chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (At 2,44).
Forse è un sogno, un’utopia, ma è la Parola di Dio che insegna e dà speranza e aiuta - perché no? - anche a sognare, perché la missione a volte è fatta anche di sogni, e di tanta speranza per un futuro migliore per tutti coloro che fanno esperienza del Signore Gesù.
- Creato il .

