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Quando 50 anni fa, nelle Filippine, le strade di Paolo VI e del Pime si incontrarono...

 

Nella giornata in cui si celebra la canonizzazione di Paolo VI, è bello ricordare che le strade del Pime e di Montini, primo papa missionario e viaggiatore dell’era moderna, si sono incontrate nelle Filippine, esattamente 50 anni fa.

Paolo VI visitò il Paese più cattolico dell’Asia dal 25 al 27 novembre ed è proprio in quel periodo che il Pime sbarca nel Paese.

I primi ad arrivare, il 6 dicembre 1968, furono i padri Pietro Bonaldo (già missionario ad Hong Kong, capo missione), Egidio Biffi (già missionario in Birmania), Pio Signò (espulso dalla Cina), Joseph Vancio (statunitense) e fratel Giovanni Arici.

Si diressero verso la provincia di Laguna, cento chilometri a sud-est della capitale Manila. Fu chiesto loro di occuparsi del seminario minore della diocesi di San Pablo, ma era il tempo in cui i seminari minori stavano entrando in crisi: tra il vescovo e i missionari esplosero divergenze sul modo di concepire un seminario e ben presto il rapporto del Pime con quel seminario terminò.

Seguì un’esperienza pastorale a Santa Cruz (Laguna) e a Tondo, nel cuore della capitale filippina: anni a dir poco tumultuosi, durante i quali la presenza del Pime ha lasciato il segno.

La zona lungo il litorale di Manila era allora una sterminata distesa di baracche con oltre 300mila abitanti (pure oggi rimane un’area molto degradata). La parrocchia antica di Tondo era stata istituita al tempo della colonia spagnola; nel 1970 vengono iniziate due nuove parrocchie, una affidata agli agostiniani e una al Pime, quest’ultima eretta nel “blocco” più povero di Tondo e intitolata a San Pablo per ricordare – appunto - la visita di Paolo VI a Manila nel novembre di quell’anno.

I primi due “pimini” ad essere destinati a Tondo furono i padri Bruno Piccolo e Joseph Vancio, che sbarcano nel gennaio 1971.

Arrivati in quell’ambiente degradato e problematico, i due missionari iniziano a visitare la gente, prendendo contatto con la miseria dei baraccati: una povertà resa indegna da sporcizia, denutrizione, delinquenza e una violenza endemica. Le catapecchie erano ammassate l’una sull’altra, senza strade, senza fognatura, senza acqua corrente, senza parchi né campi da gioco… Inoltre, gli abitanti, ossia gli “squatters”, sentivano su di sé tutto il disprezzo degli altri, col risultato di vivere nella rassegnazione e nel fatalismo. Una situazione veramente missionaria.

Anche a Tondo – come a Santa Cruz - il popolo è diviso in vari gruppi, ciascuno dei quali tenta di “accaparrarsi” la Chiesa e i preti. I missionari scelgono i poveri, si impegnano ad aiutarli cercando di coinvolgere tutti i fedeli. Nasce la Zoto (Zone One Tondo Organization) che svolge azione di animazione e di aiuto, un’organizzazione che si estende a varie parrocchie, tra cui quella del Pime. Attraverso gli “organizzatori di comunità” si cerca di orientare i fedeli verso la solidarietà e la collaborazione per progetti comuni. Nel luglio 1973 nasce il Consiglio pastorale della parrocchia con vari comitati: catechesi, liturgia, carità, ma anche quelli dediti ai problemi sociali (acqua, scuola, sanità, elettricità, ecc).

La Zoto e la parrocchia del Pime incominciano a dare fastidio. Con la Legge marziale, introdotta da Marcos nel 1972, era diventato facile accusare i missionari stranieri di istigare la gente contro le autorità, tanto più che la parrocchia di San Pablo estende il suo influsso anche ai molti che in chiesa non ci vanno e fuori dei suoi confini territoriali.

Nel 1974 i cento membri del consiglio parrocchiale si incontrano con rappresentanti di altri gruppi di baraccati dando vita al Consiglio delle comunità cristiana, con struttura totalmente democratica (anche il parroco, padre Ligi Cocqiuo ne fa parte, a parità con gli altri). Il 27 novembre 1974 le tre zone di Tondo organizzano una marcia di protesta alla quale partecipano cinquemila persone: Cocquio é fermato per alcune ore dalla polizia con p. Vancio. Nell’ottobre 1975, un altro episodio eclatante: viene proclamato uno sciopero alla distilleria “La Tondena” nella parrocchia di San Pablo (dove di lavoravano 800 persone, delle quali solo 300 regolarmente assunte) e il Consiglio della comunità cristiana di Tondo interviene in appoggio ai lavoratori.

Di lì a poco, la goccia che fa traboccare il vaso e costringerà il Pime a lasciare Tondo, dove, nel frattempo, a padre Cocquio si erano uniti i padri Francesco Alessi, Peter Geremia e Albert Booms. Nel dicembre 1975 la Banca mondiale approva un progetto di bonifica delle baraccopoli di Tondo, a seguito del quale comincia la demolizione della baraccopoli e l’espulsione degli squatters dal quartiere. Nel gennaio 1976 i baraccati di Manila si riuniscono nel Comitato dei poveri contro la demolizione: 20 loro rappresentati, accompagnati da quattro vescovi, vengono ricevuti da Imelda Marcos, la moglie del Presidente. Intanto, però, la situazione dei missionari del Pime precipita perché le autorità li considerano l’anima del movimento di protesta. Il 24 gennaio 1976 il superiore locale del Pime, Francesco Alessi e il parroco di San Pablo, Gigi Cocquio, arrestati dalla polizia, sono imbarcati su un volo dell’Air France per Roma. Padre Geremia scampa all’arresto nascondendosi in un ospedale; non verrà espulso ma non potrà più operare a Manila e quindi viene destinato a Mindanao. Padre Albert Booms, cittadino americano, viene invece espulso pochi mesi dopo, il 20 novembre 1976.

 

Un libro per non dimenticare

Il viaggio papale nelle Filippine è narrato in un volume di Emi, dedicato ai viaggi internazionali di Montini, dal titolo “Paolo VI, destinazione mondo” (uscito nel 2014). I due autori – Giorgio Bernardelli, di “Mondo e Missione” e Lorenzo Rosoli di “Avvenire” – offrono, in quelle pagine, uno sguardo originale su Paolo VI, conosciuto come il papa intellettuale, il pontefice che concluse il Concilio, l’uomo di Chiesa confrontatosi drammaticamente con la modernità (“Humanae vitae” ecc.), ma del quale, spesso, si dimentica una dimensione importante: quella internazionale. Paolo VI è stato, infatti, il primo papa viaggiatore tra i popoli, pellegrino – come lui stesso si definì – di pace e carità. La Terra Santa, l’India, l’Onu a New York… E ancora: Fatima, Turchia, Colombia, Ginevra, Uganda, Filippine, Samoa, Australia. È una sorta di nuova mappa del Vangelo in cui il magistero montiniano si è trasformato in gesti eloquenti: lo storico abbraccio con il patriarca ortodosso Atenagora; l’affetto popolare dei tantissimi non cristiani a Mumbai; l’accorato appello «mai più la guerra» al Palazzo di Vetro; la visita alla bidonville di Manila; l’appello missionario a tutti i cristiani alle Samoa, una delle tante «periferie» che Paolo VI ha fatto entrare nella Chiesa a pieno titolo grazie alla sua presenza.

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