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Bangladesh, in preparazione vademecum sui "missionari laici Pime"

 

Come noto, il PIME sta vivendo un “anno sulla vocazione missionaria laicale nel PIME”, dedicato ai “Missionari Laici a Vita”, comunemente noti come “Fratelli”, che sono laici, celibi, membri dell’Istituto a pieno titolo con impegno a vita.

In Bangladesh, in occasione di questo anno, è stato deciso di pubblicare in bengalese un libretto con la vita di alcuni di loro, per presentarli con i fatti più che con le teorie. Padre Arturo Speziale scriverà i testi; padre Franco Cagnasso ha preparato l’introduzione, cercando di “contestualizzare” il tema, rispondendo alle domande che si sentono o si intuiscono fra chi conosce il PIME in Bangladesh. L’apprezzabile iniziativa nasce dal fatto che, come osserva padre Cagnasso, «in Bangladesh abbiamo esperienze positive e stimolanti di presenze missionarie dei Fratelli, e vorremmo averne di più mentre, ma purtroppo, il loro numero sta calando».

Certi che la lettura di questo breve testo possa contribuire alla riflessione comune, lo pubblichiamo qui, a beneficio di tutti.

“Nel PIME ci sono anche i Fratelli?”

Ogni tanto noi missionari del PIME in Bangladesh sentiamo questa domanda, e ne siamo un poco rattristati, perché noi sappiamo che i Fratelli ci sono, la loro vocazione è molto bella, e il loro servizio missionario molto significativo. Abbiamo deciso di pubblicare questo libretto perché vogliamo che tutti sappiano che: sì, nel PIME – fin dall’inizio – ci sono i Fratelli e i Preti, che hanno la stessa vocazione missionaria, per tutta la vita, per andare e lavorare specialmente dove Gesù non è conosciuto, dove c’è maggiore povertà o sofferenza, e dove la chiesa ha molto bisogno di aiuto. Noi speriamo che questo libretto aiuti tutti a capire la vocazione missionaria, e incoraggi molti giovani a venire con noi, a condividere la nostra vocazione missionaria come Fratelli Laici.

Come mai i Fratelli del PIME sono poco conosciuti?

Perché purtroppo non sono molto numerosi; ma c’è anche un altro motivo, che spiego con un esempio. Due missionari del PIME vanno insieme in un villaggio, dove uno di loro celebra la Messa; tutti lo vedono e capiscono che è un Padre. L’altro invece partecipa alla Messa insieme alla gente, prega con loro, riceve la Comunione, poi esce e chiacchiera, fa amicizia, lavora (forse aiuta i malati, oppure insegna, o aggiusta un motore rotto, o ripara le finestre della missione...) tutti lo vedono, ma subito non capiscono se è un tecnico, un visitatore, se ha con sé la famiglia, se è missionario e anche lui del PIME oppure no. Il Fratello svolge il suo compito missionario non predicando o presiedendo la liturgia (dove tutti lo vedono e capiscono), ma soprattutto con la vita e con il suo lavoro, un lavoro che appare “ordinario”, che anche altri laici possono fare. Il Fratello, però, lo compie mandato da Gesù, nel nome di Gesù, per far conoscere Gesù. Come Gesù a Nazareth, come Giuseppe che era falegname, come Maria che era donna di casa, il Fratello sta in mezzo alla gente e alla sua vita normale, ma con un cuore diverso, dona la sua vita, lavora per amore, è disposto ad andare nei posti più difficili.

Che cosa fa un Fratello del PIME?

I compiti di un Fratello possono essere tantissimi. Nel PIME ci sono stati e ci sono Fratelli che dirigono scuole tecniche, che si occupano dei bambini abbandonati e di strada, che assistono i malati come infermieri o come medici, che svolgono i compiti di “manager” di una missione, o di catechista, che insegnano, e tanto altro. In questo libro troverete alcuni esempi pratici della vita di un Fratello del PIME, ma ce ne sono moltissimi altri! Un fratello del PIME nel nord del Brasile ha insegnato disegno e pittura a ragazzi e ragazze poveri per oltre trent’anni, e moltissimi di loro hanno trovato lavoro. Fratel Pasqualino in India ha fondato una missione grandissima, con scuole, ospedale, abitazioni... era sempre indaffarato, sempre in mezzo alla gente, e tutti gli volevano bene. Fratel Colleoni a Hong Kong era amministratore della diocesi, e capo del movimento educativo degli scout di tutta la città. Fratel Brun, qui in Bangladesh, ha aiutato silenziosamente e fedelmente altri missionari, sostenendoli e facendo loro da aiutante, consigliere, compagno; la gente ammirava la sua semplicità, e spesso confidava a lui quello che non osava confidare al Padre.

Il Padre è più importante! E’ meglio farsi missionario prete?

Qualche Fratello ha sentito questo consiglio: “Tu sei istruito, hai molte doti, è meglio per te diventare prete, perché vuoi fare solo il Fratello?”

Questa domanda rivela una mentalità molto umana, e non secondo il Vangelo. Se mi domandano: “Che cosa è meglio: prete o fratello?” rispondo: “è meglio andare dove il Signore chiama, fare la sua volontà, non la tua!” Secondo il Vangelo il più importante è chi serve gli altri, chi è umile e sa di essere un “servo inutile”, ma svolge con gioia il compito che il Signore gli propone nel suo Regno. Dunque, se pensi di poter vivere con gioia la vocazione di missionario Fratello, e se la Chiesa (i responsabili dell’Istituto) confermano che ne hai la capacità, segui quella via! Se pensi di poter vivere con gioia la vocazione di missionario prete, e se la Chiesa (i responsabili dell’Istituto) confermano che puoi farlo, segui quella via!

Il Vangelo si diffonde con parole e opere, ma soprattutto con la santità: servizio umile, sacrificio in unione con Gesù, amore, pazienza, tanta preghiera... In queste cose, padri e fratelli sono proprio uguali: uno non è più santo perché celebra la Messa, ma perché prende parte alla Messa (come celebrante o come partecipante) con fede e amore. Sbaglia chi pensa che per essere Fratello sia sufficiente una vita spirituale superficiale! Per essere missionari occorre cercare il Signore in tutta la nostra vita, e in questo non c’è differenza fra prete o fratello, o suora...

Chi mi aiuta a capire la mia vocazione?

Se ti sembra che il Signore ti stia chiamando alla vita missionaria, non decidere subito, da solo, che cosa fare! Prendi tempo, prega, confidati e chiedi consiglio, possibilmente a un missionario del PIME. Stai bene attento: non desiderare di farti missionario per ricevere stima, onore, lodi dalla gente. Qualcuno sogna di indossare la veste per essere onorato, di diventare prete per sentirsi chiamare “reverendo”, o di avere una considerazione speciale e un posto speciale perché è un Fratello... queste sono idee che ci mette in testa il diavolo, per rovinare l’opera di Dio in noi. Il diavolo vuole vederci orgogliosi, superbi, contenti di comandare sugli altri e di farci servire, e riverire. Ma questa non è la strada di Gesù!

Incomincia subito!

“Io voglio fare il missionario... quando sarò missionario aiuterò i poveri, servirò la gente, insegnerò...”

Bravo! Ma questo è un pensiero per il futuro. E adesso, che cosa fai? Chi pensa al futuro ma non migliora il suo presente, è come uno che spera di avere un buon raccolto di riso, ma... non semina niente: non è possibile, il riso deve essere coltivato! Cambia oggi la tua vita, rendila più aperta agli altri, servi con gioia, condividi, prega, correggi i tuoi difetti, perdona e sii gioioso... vedrai che il Signore ti indicherà la strada: missionario fratello? Missionario prete? Tutte e due sono strade magnifiche, vicine... anzi: sono la stessa strada percorsa con due biciclette diverse, ma viaggiando insieme!

Franco Cagnasso                                                              Dhaka, 17 maggio 2018

 

Nella foto: fratel Massimo Cattaneo, missionario laico del Pime in Bangladesh, attivo nella "Novara Technical School" di Dinajpur.

 

Il Bangladesh attende padre Parolari e lui non vede l'ora di tornarci

 

«Sarà pure nato italiano, ma era bangladeshi al cento per cento. E tutti ne sentiamo la mancanza».  Così ha detto, di recente, una cristiana della parrocchia in cui operava padre Piero Parolari, a Dinajpur, nel nord del Bangladesh, dando voce a un sentire comune, ben documentato dall’articolo uscito il 24 marzo scorso sul principale quotidiano in inglese del Bangladesh, intitolato «I malati di Dinajpur sentono la mancanza del loro medico italiano».

Come i lettori ricorderanno, padre Piero Parolari - 64 anni, membro del Pime – è stato ferito seriamente in un attentato di matrice islamista il 18 novembre scorso,costato al missionario ferite fisiche e psicologiche notevoli. Ora, fortunatamente, padre Piero, che si trova in un luogo tranquillo della Brianza, sta gradualmente recuperando le forze e spera di tornare in Bangladesh nei prossimi mesi. 

Ebbene, se il Bangladesh attende padre Parolari, il diretto interessato prova i medesimi sentimenti. Lo ha fatto capire venerdì sera, prendendo la parola (per la prima volta in pubblico dopo l’attentato) durante una veglia di preghiera in memoria dei missionari martiri a Lecco, sua città di origine.  

Del resto, appena arrivato in Italia, per essere ricoverato al Bambin Gesù di Roma, aveva detto al suo confratello Francesco Rapacioli, anch’egli missionario e medico, ora rettore del Seminario teologico di Monza: «Sia chiaro che, quando mi riprendo, in Bangladesh ci ritorno». Padre Rapacioli, durante la veglia a Lecco, ha spiegato quest’affermazione a prima vista temeraria. «Leggendo le situazioni con l’occhio del missionario, il giudizio cambia. Perché dove c’è terrorismo islamico, le prime vittime sono proprio le persone che appartengono a quella fede, che viene estremizzata. Costoro non possono andarsene: allora diventa importante che noi, che ne avremmo la possibilità, rimaniamo. Per continuare a testimoniare il Vangelo». 

Padre Piero è perfettamente cosciente del pericolo: in Bangladesh si susseguono gli omicidi di blogger critici verso la deriva fondamentalista del Paese(pochi giorni fa si è verificato l’ultimo della serie). Inoltre, i suoi confratelli, nel nord del Paese, continuano a girare scortati. E tuttavia egli non nasconde il sogno di un ritorno in missione (che, con ogni probabilità, non sarà imminente) perché – ha spiegato - «la relazione che abbiamo costruito in questi anni con le persone povere è così bella e ricca che è come se appartenessero alla mia famiglia».  

Parlando dell’attentato (un proiettile sparato da vicino gli è passato attraverso il collo, senza toccare, miracolosamente, alcun organo vitale), padre Piero ha detto: «Mi è stata ridonata la vita. Attraverso questo incidente cresce in me la consapevolezza di essere ancora di più gratuitamente amato da Dio».E ha aggiunto, facendo riferimento a tutti coloro che lo hanno seguito dopo l’attentato: «Tante persone che si sono prese cura di me; ricordandole – ha continuato padre Piero nel suo racconto - mi è nata dentro tanta gratitudine immensa». E ha concluso: «Tutto mi è stato donato: vita, fede, la mia famiglia molto unita, l’essere medico e missionario; anche i tanti ammalati poveri che ho incontrato in Bangladesh sono stati per me un dono». 

Su fronte delle indagini, il capo della sezione investigativa della polizia di Dinajpur afferma che sei persone sono state arrestate in connessione con il crimine, appartenenti a due diversi movimenti estremisti. L’inchiesta, tuttavia, non è conclusa e si cerca di raccogliere ulteriori elementi.