«La mia missione a Isesaki, dove la diversità è ricchezza»

In Giappone le Chiese cristiane, globalmente considerate, contano circa un milione di fedeli su una popolazione totale di circa 128. I cattolici locali sono 450mila; ad essi ne vanno aggiunti oltre 500 mila provenienti dall’estero, in particolar modo le donne filippine e i lavoratori latino-americani (soprattutto peruviani e brasiliani).
La città di Isesaki – un’ottantina di km a nord-ovest di Tokyo – è un esempio di questa presenza multiculturale, che poi si riflette anche nella vita ecclesiale. Isesaki conta infatti 212 mila abitanti, dei quali oltre diecimila stranieri legali. Tra questi vi sono 3.199 nippo-brasiliani, 2.381 peruviani e 1.303 filippini. Isesaki appartiene alla diocesi di Saitama, una diocesi giovane (esiste dal 1957), attualmente guidata – come amministratore apostolico – dall’arcivescovo di Tokyo Pedro Okada Takeo. Costui ha scritto: «La diocesi di Saitama è molto internazionale, con fedeli di molte nazionalità e dentro la diocesi la chiesa di Isesaki mostra precisamente questa peculiarità. Tutti i parroci che vi si sono alternati hanno dedicato molto impegno a questa situazione».
Un missionario del Pime, il brasiliano Pedro Tomaseli, ha lavorato per alcuni anni in questa città, nella parrocchia del Sacro Cuore. Padre Pedro resterà a Isesaki fino a Pasqua, dopo di che passerà a esercitare il suo ministero nella provincia di Tochigi, nelle parrocchie di Ashikaga e Sano, che si trovano sempre in diocesi di Saitama.
Lo abbiamo intervistato.
Come è costituita la tua parrocchia dal punto di vista etnico e pastorale?
La parrocchia conta più o meno da un migliaio di fedeli, ma la comunità giapponese è la più piccola. Ci sono 5 gruppo linguistici: giapponesi, ispanici (ossia peruviani, boliviani, paraguaiani, argentini, ecc), brasiliani (che parlano portoghese), vietnamita e filippini (che parlano inglese, tagalog, visaya, ecc). Per questa ragione celebriamo Messe in queste cinque lingue. Non mancano anche altre nazionalità: indiani, iraniani, indonesiani, ma - visto che sono pochi - non è previsto un gruppo linguistico specifico per loro. Nella comunità giapponese ci sono pochissimi bambini o giovani, la maggioranza è anziana. Invece le altre comunità hanno molti bambini e lì si può vedere un futuro per la crescita della Chiesa in Giappone se esse si rendono conto che la fede è un dono che va condiviso.
Quali i principali problemi che hai incontrato?
Il primo problema è stato l’integrazione tra i fedeli. I bambini nati in Giappone se la cavano bene con la lingua giapponese, ma la maggioranza degli stranieri non imparano il giapponese perché è molto difficile, o non hanno tempo perché la società giapponese vive con ritmi altissimi: lavorano a volte 12 ore al giorno. Di conseguenza, partecipare alla Messa domenicale senza capire niente è un impegno faticoso. In mezzo a tanta diversità, ho insistito sull’importanza di rimanere uniti nella fede, dentro la Chiesa universale, e nel sacrificio della Santa Messa.
Come te la cavi con le lingue?
Ho potuto guidare meglio brasiliani e filippini perché me la cavo con il portoghese e inglese. Non ho mai studiato spagnolo, però mi sono buttato perché è molto vicino al portoghese. Sono in Giappone dal 2008, ma ancora faccio fatica con il giapponese. Perciò dicevo agli altri stranieri: vedete che anch’io debbo soffrire come voi. Mi spiace per la comunità vietnamita perché i suoi membri sono molti, ma io non sono stato (e non sarei mai) in grado di imparare il vietnamita perché è difficile tanto quanto il giapponese. In ogni caso, ho sempre mostrato di aver uguale attenzione verso tutti e ho sempre insistito che siamo in Giappone e che questo paese ha bisogno di autentichi testimoni di cristiani.
Con chi ti sei trovato a collaborare?
Mi hanno aiutato due suore messicane, una giapponese e diversi leader molti bravi. A volte sentendo tanta fatica pastorale, pensavo a questi leader come a degli angeli che Dio ci manda per consolarci. Anche il vescovo precedente, monsignorMarcellino Taiji Tani,e l’arcivescovo attuale sempre hanno dimostrato sollecitudine verso questa parrocchia così ricca in diversità e di doni.
Se dovessi parlare di risultati ottenuti o comunque del lavoro svolto, cosa diresti?
Immagino che vedere risultati dopo alcuni anni di impegno nell’evangelizzazione sia un desiderio che qualsiasi missionario nutre dentro di sé. Ma a me piace la parola della Scrittura «…e producono frutto con la loro perseveranza»(Lc 8,15). Ecco un risultato ottenuto: ringrazio il Signore perché non ho mollato la missione affidata a me perché Lui mi dà la forza (Fil4,13). Posso dire che la comunità parrocchiale è più matura adesso, i fedeli sono più consapevoli che testimoniare Cristo è indispensabile per la crescita della Chiesa locale e che le nostre culture non sono più importanti del vangelo e dell’amore di Dio, ma che siamo felici solamente facendo la volontà di Dio e uniti a Gesù Cristo, nostro Signore.
Cosa ha significato per te, come missionario del Pime, lavorare a Isesaki?
Si pensava, un tempo, che i missionari del Pime dovessero lavorare solamente con i giapponesi. Ma oggi quasi la metà dei cattolici in Giappone sono stranieri. Essi rappresentano una ricchezza: ci aiutano ad entrare nella società giapponese perché lavorano con i giapponesi, studiano con loro, hanno una vita sociale con loro. Inoltre portano giapponesi non cattolici in chiesa. Questa esperienza a Iseaki ha significato, prima di tutto, per me una crescita personale e come prete missionario del Pime. Una altra cosa che ho imparato: è possibile lavorare insieme per il Regno di Dio con il cuore in pace anche quando siamo molto diversi l’uno dall’altro. La nostra fede nel Dio Uno e Trino ci unisce sempre e ci da la grazie di perseverare incoraggiati sempre dalla gioia del Vangelo.




