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25° della morte del Servo di Dio Fr. Felice Tantardini

Il 23 marzo prossimo si celebra il 25° anniversario della "nascita al cielo" del Servo di Dio Fr. Felice Tantardini. In occasione di tale ricorrenza è stata inviata a tutti i confratelli una lettera di P. Giovanni Musi, Postulatore Generale, assieme al file de "Il fabbro di Dio", autobiografia di Fr. Felice.

È stato inoltre creato un programma di power point (apri sezione "Missione e Santità" in intranet) che ripercorre le tappe della vita di Fr. Felice, missionario del PIME in Myanmar.

 

90 anni dopo Manna, il Superiore generale visita la prima missione Pime in Birmania

Nel corso del suo viaggio in Myanmar, padre Ferruccio Brambillasca, superiore generale del Pime, e padre Vincent Lazum, confratello di origini birmane, in visita al Vescovo di Taungngu, hanno potuto raggiungere anche il grande villaggio cariano di LaikThoo. Un luogo altamente simbolico e carico di storia, essendo il primo villaggio da cui è partito il lavoro di evangelizzazione dei missionari del Pime 148 anni fa, nel lontano 1868.

Il 13 febbraio di quell’anno, infatti, i primi quattro missionari dell’istituto, fondato solo 18 anni prima, sbarcavano a Rangoon, la capitale della Birmania. Erano: il prefetto apostolico Eugenio Biffi, milanese, già missionario in Colombia dal 1855 al 1862 e i padri Tancredi Conti, bergamasco, Sebastiano Carbone e Rocco Tornatore, entrambi della diocesi di Mondovì (Cuneo).

Nel cimitero del villaggio di LaikThoo, in mezzo ai monti del Kayin State, riposano ancora i vescovi Tornatore e Vittorio Emanuele Sagrada, arrivato in Birmania nel 1884.

Da LaikThoo i missionari hanno iniziato il cammino verso Loikaw, Pekhon, Taunggyi, KengTung.

Ancora oggi precorrere queste strade non è facilissimo: pensare a come sia stata la vita in questa zona un secolo e mezzo fa è fonte di stuore e ammirazione per questi grandi uomini, che avevano una grande passione dentro, tale da renderli capaci di affrontare situazioni davvero pesanti.

Con ogni probabilità, questa visita del Superiore generale del Pime è la prima che riesce a raggiungere LaikThoo, zona per anni chiusa agli stranieri, dal tempo del beato padre Paolo Manna, quando 1928 ha attraversato come Superiore Generale queste terre (tra il 19 febbraio e il 21 aprile), visitando le missioni di allora. Padre Manna visse una breve esperienza missionaria in Birmania, ma – per motivi di salute – si vide costretto a interromperla.

Nel corso della sua visita, padre Brambillasca – primo Superiore generale del Pime a farlo dopo la morte di p. Marchesi negli anni Sessanta - ha toccato anche il villaggio di Doorookhu (in diocesi di Loikaw) di p. Stephen Khudu, giovane missionario del Pime in Guinea Bissau.

La diocesi di Taungngu – che nel 1961 è stata divisa da quella di Tanuggyi, conta oggi 3.360.000 abitanti; i cattolici sono circa 40 mila, altrettanti i cristiani di altre denominazioni. 

Cremonesi: riconosciuto il martirio, sarà beato in ottobre

Alfredo Cremonesi

 

Il Pime avrà presto un nuovo beato. E sarà il quarto dei diciannove martiri dell’istituto a salire alla gloria degli altari. Papa Francesco ha infatti autorizzato la promulgazione del decreto che riconosce il martirio di padre Alfredo Cremonesi, missionario del Pime, ucciso nel 1953 in Birmania (oggi Myanmar). La diocesi di Crema, la Chiesa locale di cui era originario, ha già annunciato che la beatificazione si terrà nell’ottobre 2019, durante il mese missionario straordinario voluto da papa Francesco. Nella famiglia dei santi e dei beati del Pime, andrà ad affiancarsi a sant'Alberico Crescitelli e ai beati Giovanni Battista Mazzucconi, Paolo Manna, Clemente Vismara e Mario Vergara.

Quella di padre Alfredo Cremonesi è un'altra storia di santità che vede intrecciarsi le vicende del Pime con quelle della Chiesa del Myanmar. Il nuovo futuro beato era nato il 15 maggio 1902 a Ripalta Guerina (Cremona). Affetto fin da giovane da gravi problemi di salute affidò a santa Teresa del Bambin Gesù la sua vocazione alla vita missionaria. Ordinato sacerdote il 12 ottobre 1924 l’anno successivo partì in nave da Genova con destinazione la Birmania, dove resterà per tutta la vita.

Nella diocesi di Taungoo gli fu affidato Donoku, un villaggio sperduto tra i monti, da dove partiva per le sue spedizioni tra villaggi pagani e cattolici. «Vi dico il vero – scriveva – molte volte mi sono sorpreso a piangere come un bambino, al pensiero di tanto bene da fare e alla mia assoluta miseria, che mi immobilizza, e non una volta sola, schiacciato sotto il peso dello scoraggiamento, ho chiesto al Signore che era meglio mi facesse morire piuttosto che essere un operaio così forzatamente inattivo». Eppure, proprio nel suo rapporto d’intimità profonda con Dio, trovava la forza per andare avanti. «Noi missionari – avrebbe scritto anni dopo – non siamo davvero nulla. Il nostro è il più misterioso e meraviglioso lavoro che sia dato all’uomo non di compiere, ma di vedere: scorgere delle anime che si convertono è un miracolo più grande di ogni miracolo».

Nel 1941, in piena Seconda guerra mondiale, gli inglesi internarono i missionari nei campi di concentramento in India, eccetto i sei «anziani» presenti da più di dieci anni. Tra questi c’era padre Cremonesi, che rimase tra la sua gente ancora più solo e privo di ogni cosa. Dopo l’8 settembre 1943 fu poi la volta delle violenze e delle umiliazioni da parte dei soldati giapponesi: «Fummo derubati di tutto – ricordava -. Non ci avanzò neppure una gallina».

Ai primi di gennaio del 1947 poté tornare a Donoku nella Birmania ormai libera dall’invasione giapponese e indipendente dalla Gran Bretagna. Si mise a ricostruire tutto quanto era stato devastato, dedicandosi all’apostolato. Ben presto, però, sarebbero sopraggiunte nuove prove: in un Paese crogiuolo di etnie diverse il governo centrale incontrò grosse resistenze da parte delle tribù cariane; quelle formate da protestanti battisti, in particolare, si ribellarono. I cattolici, rimasti fedeli al governo, non venivano protetti neppure dall’esercito, in gran parte buddhista. In quel clima padre Cremonesi dovette lasciare il villaggio di Donoku e rifugiarsi a Toungoo.

Ci ritornerà nella Pasqua 1952, fidandosi di un patto di non belligeranza stipulato tra ribelli e governativi. Ma quella pace sarebbe durata poco. Benché ormai sconfitti, i ribelli continuavano a compiere scorrerie, e ora le truppe regolari si accanivano indistintamente contro i villaggi cariani. Pur di assistere i suoi cristiani, padre Alfredo ne condivise tutti i pericoli. Il 7 febbraio 1953, dopo il fallimento di un’operazione militare con la quale l’esercito regolare intendeva ripulire definitivamente la regione dai ribelli, le truppe governative fecero irruzione nel villaggio di Donoku, accusando Cremonesi e gli abitanti del villaggio di favoreggiamento. A nulla servirono le parole concilianti del missionario, che cercava di difendere l’innocenza della sua gente. I soldati non gli lasciarono neppure il tempo di terminare il discorso, rispondendo con raffiche di mitra.

In occasione della promulgazione del decreto sul martirio il vescovo di Crema Daniele Gianotti ha indirizzato un messaggio ai fedeli, per esprimere la gioia della Chiesa locale per questo dono. «A Dio piacendo – scrive - potremo celebrare la solenne liturgia di beatificazione di padre Alfredo, a Crema, nel prossimo mese di ottobre: è il mese missionario, che in questo anno 2019 papa Francesco ha voluto caratterizzare come Ottobre missionario straordinario, a 100 anni dalla costituzione delle Pontificie Opere Missionarie. Per noi potrà essere davvero straordinario: e la testimonianza di padre Alfredo potrà aiutarci a tenere vivo in noi il fuoco della missione, il desiderio di portare a tutti la buona notizia di Gesù Cristo».

L'epopea del Pime in Myanmar: si celebrano oggi e domani 150 anni di missione e coraggio

 

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Quando, nel 1866, Propaganda Fide propose all’allora Seminario per le missioni estere di assumere la missione della Birmania orientale, non mancò di avvisare che si trovava in «territori ancora indipendenti, abitati da tribù in guerra tra loro». I primi tre missionari (Eugenio Biffi, Rocco Tornatore, Tancredi Conti e Sebastiano Carbone) arrivarono a Toungoo nel 1868, scoprendo che in città erano già presenti altri cristiani (battisti) e che la popolazione, in larga maggioranza buddhista, era restia alle conversioni Decisero così di rivolgersi ai “pagani”, ossia ai tribali, disprezzati da tutti. E agli inglesi che li sconsigliavano vivamente («Non potremo più proteggervi!») replicarono: «Andiamo lo stesso, siamo sotto la protezione di Gesù Cristo».

Bastano questi pochi cenni per far intuire come quella scritta dal Pime in Myanmar, nell’arco di 150 anni, si stata davvero un’epopea missionaria, come scrive padre Piero Gheddo nel suo monumentale “Missione Birmania” (Emi), uscito 10 anni fa.

«Un’amicizia lunga un secolo e mezzo», la chiama il Superiore generale dell’istituto, Ferruccio Brambillasca, che oggi e domani partecipa a Taungngu, insieme con una nutrita rappresentanza della Chiesa locale, alle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’arrivo in Birmania dei primi missionari del Pime. In effetti, la storia del Pime in Birmania è una grande avventura di fede, coraggio e martirio, mischiata, ovviamente, ai limiti e alle fragilità del tempo (la sensibilità ecumenica – ad esempio – all’epoca non era viva come oggi e i missionari del tempo, talvolta, usano nei confronti dei battisti espressioni che oggi ci sorprendono…).

Fin dall’inizio, i missionari del Pime si proposero di raggiungere le regioni al di là del fiume Salween (che divide la Birmania centrale da quella orientale). Da allora, il Pime ha continuato ad operare in una delle zone più difficili dell’Asia, non lontano dal famigerato Triangolo d’oro, al confine con Laos e Thailandia, tra minoranze etniche, ieri come oggi, in rapporti molto tesi con Yangon.

Nell’arco di un secolo e mezzo, il Pime ha fondato in Myanmar ben cinque diocesi: oltre a Taungngu, quelle di Kengtung, Taunggyi, Loikaw e Pekhon. Ed è proprio a vescovi, sacerdoti e religiosi di quelle diocesi che il cardinale Fernando Filoni, prefetto di Propaganda Fide, ha inviato un messaggio, in cui esprime sentimenti di stima per il lavoro iniziato dai missionari del Pime.

«Avendo visitato recentemente la vostra bella nazione con papa Francesco, condivido i suoi sentimenti di stima e sono testimone dei molti frutti dell’opera di evangelizzazione iniziata molto tempo fa dai padri del Pime, perché “la Chiesa del Myanmar è viva, Cristo è vivo ed è qui con voi” (Omelia del Santo Padre, 29 novembre 2017). La forza della vostra piccola ma vivace Chiesa è riconducibile all’eroismo dei primi missionari e alla perseveranza e alla fede di quanti si sono uniti a loro nella predicazione del Vangelo con amore, fino a questo tempo di oggi». Filoni, poi, fa esplicitamente cenno a padre Mario Vergara, beatificato nel 2014 insieme al suo catechista Isidoro Ngei Ko Lat, primo martire della Chiesa del Myanmar; due figure che dicono come l’amicizia con il popolo della Birmania sia costata al Pime un alto prezzo, la vita di cinque missionari, uccisi negli anni tra il 1950 e il 1955; tra loro

«Questa occasione – continua il cardinale Filoni nel suo messaggio - è un tempo opportuno per ringraziare i padri del Pime, tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente nella vigna del Signore nel Myanmar Orientale, coloro che oggi spendono la loro vita al servizio della Chiesa locale (...). La visita pastorale di papa Francesco è stato il frutto di molte fatiche lungo i 150 anni di fedele testimonianza a Cristo e al Suo Vangelo». In effetti, in terra birmana hanno operato molte figure e di grande rilievo: tra gli altri, fratel Felice Tantardini, missionario laico di cui è in corso il processo di beatificazione e i beati Paolo Manna, fondatore della Pontifica Unione Missionaria e Clemente Vismara, “patriarca” della Birmania.

La travagliata vicenda politica del Paese (che negli anni Sessanta intraprese la “via birmana al socialismo”) portò nel 1966, dopo la confisca dei beni ecclesiastici, all’espulsione di tutti i missionari entrati prima dell’indipendenza, proclamata nel 1948. Del Pime restarono in 29, anche a costo di gravi rischi. L’ultimo fu padre Paolo Noè, morto nel 2007 dopo 59 anni trascorsi in aree fino a poco tempo fa inaccessibili agli occidentali per via della guerra con gli indipendentisti locali.

In tempi recenti il Pime ha continuato ad appoggiare la Chiesa birmana con brevi soggiorni di missionari per corsi di formazione (a causa dell’isolamento politico l’aggiornamento pastorale dopo il Concilio sta avvenendo con grande ritardo), oppure accogliendo per lo studio seminaristi birmani in Italia. A sua volta la Chiesa del Myanmar ha donato, negli ultimi anni, varie vocazioni missionarie al Pime e alcuni giovani già operano da anni in vari Paesi annunciando il Vangelo “ad gentes”.

Padre Brambillasca conferma: «In questi 150 anni molte cose sono cambiate, ma l’affetto del Pime per questa terra e questa Chiesa non è mutato. Abbiamo dato a questa terra dei beati, dei martiri e tanti missionari. Ora la Chiesa in Myanmar può camminare da sola, ma noi del Pime, se ci sarà richiesto, saremo sempre pronti ad aiutarla».

Una mostra a Introbio su fratel Felice Tantardini

 

Si intitola “Felice di nome e di fatto” ed è dedicata a fratel Felice Tantardini, missionario laico del Pime, morto nel 1991 all’età di 93 anni. Parliamo della mostra che dall’8 al 15 agosto 2016 sarà esposta a Introbio (LC), presso la cappellina dell’oratorio S. Giovanni Bosco per iniziativa del gruppo missionario locale e della parrocchia, guidata dal lecchese don Marco Mauri.

Attraverso oggetti appartenuti a fratel Felice (per la maggior parte donati da lui a parenti, benefattori, amici e conoscenti), nonché attraverso i suoi scritti autografi e un Dvd con fotografie e interviste, la mostra intende presentare e far conoscere la vicenda umana e spirituale di un piccolo-grande missionario, una figura attualissima e dai chiari tratti di santità, tant’è che è in corso il suo processo di beatificazione.

Perché quel titolo? «Perché fratel Tantardini – spiega Marco Sampietro, uno dei promotori dell’iniziativa -ha speso la sua lunga esistenza (93 anni) a servizio delle missioni della Birmania (ora Myanmar) sempre in spirito di obbedienza e povertà, semplicità e letizia. Era un uomo felice di nome e di fatto: sempre allegro, sorridente, socievole, brioso. Un lavoratore indefesso che anche quando lavorava pregava per la salvezza dell’anima sua e per la conversione della sua Birmania».Viveva da povero: quello che aveva lo dava ai poveri.«La sua gioia – continua Sampietro - gli derivava dalla sua grande fede e dalla carità che viveva sempre in modo esemplare attraverso l’esperienza del dono. È questa la grande lezione di fratel Felice: c’è più gioia nel dare che nel ricevere».

Pochi anni dopo la sua morte è iniziata la causa di beatificazione, ora approdata alla fase romana. Nel giugno di quest’anno il Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca, ha incontrato il cardinale Angelo Amato, della Congregazione delle Cause dei Santi, ottenendo da lui l’assicurazione che entro il 2018 sarà presa in esame la Positio di fratel Felice.La memoria di fratel Tantardini – che padre Piero Gheddo ha immortalato nel libro “Il santo col martello” (Emi, 2000) - continua a vivere nell’orfanotrofio che porta oggi il suo nome, sovvenzionato dal contributo generoso di amici e parenti e della parrocchia di Introbio.

Quella di fratel Felice è davvero un’avventura poco nota fuori dalla sua terra natale, ma che merita di essere conosciuta.

Felice nasce il 28 giugno 1898 a Introbio (Lecco), sesto di otto figli di Battista e di Maria Magni. Finita la terza elementare, lavora come fabbro con il fratello maggiore Giuseppe. Nel corso della Prima Guerra Mondiale viene fatto prigioniero dagli austro-ungarici e internato in un campo di concentramento da cui evade: inizia così un’odissea che lo porta attraverso i Balcani fino in Grecia. Rimpatriato, matura la sua vocazione missionaria: il 20 settembre 1921 entra nel Pime e il 2 settembre 1922 parte per la Birmania come “fratello cooperatore”, cioè missionario laico consacrato a vita. In terra di missione trascorre quasi 70 anni, con un solo ritorno in patria nel 1956 per un periodo di riposo. Fra popolazioni tribali tormentate da fame, malattie e guerre, fratel Felice è il “fabbro di Dio”, missionario al 100% a servizio di tutti nelle varie missioni: fabbro, falegname, ortolano, agricoltore, meccanico, infermiere, catechista, sacrestano. Nel 1973 viene nominato dal presidente della Repubblica “Maestro del Lavoro” «per aver contribuito a onorare il lavoro italiano all’estero», formando nell’arte di lavorare il ferro molti giovani birmani. Va in pensione a 85 anni e da allora il suo compito diventa «pregare per la conversione dei poveri pagani»: prega tutto il giorno e la sua dose giornaliera di Ave Maria arriva fino 15 o 20 rosari al giorno, recitati per lo più in ginocchio.Muore il 23 marzo 1991 all’età di 93 anni ed è sepolto nel giardino del Centro disabili “Holy Infant Jesus” a Paya Phyu (un sobborgo di Taunggyi).