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Una mostra a Introbio su fratel Felice Tantardini

 

Si intitola “Felice di nome e di fatto” ed è dedicata a fratel Felice Tantardini, missionario laico del Pime, morto nel 1991 all’età di 93 anni. Parliamo della mostra che dall’8 al 15 agosto 2016 sarà esposta a Introbio (LC), presso la cappellina dell’oratorio S. Giovanni Bosco per iniziativa del gruppo missionario locale e della parrocchia, guidata dal lecchese don Marco Mauri.

Attraverso oggetti appartenuti a fratel Felice (per la maggior parte donati da lui a parenti, benefattori, amici e conoscenti), nonché attraverso i suoi scritti autografi e un Dvd con fotografie e interviste, la mostra intende presentare e far conoscere la vicenda umana e spirituale di un piccolo-grande missionario, una figura attualissima e dai chiari tratti di santità, tant’è che è in corso il suo processo di beatificazione.

Perché quel titolo? «Perché fratel Tantardini – spiega Marco Sampietro, uno dei promotori dell’iniziativa - ha speso la sua lunga esistenza (93 anni) a servizio delle missioni della Birmania (ora Myanmar) sempre in spirito di obbedienza e povertà, semplicità e letizia. Era un uomo felice di nome e di fatto: sempre allegro, sorridente, socievole, brioso. Un lavoratore indefesso che anche quando lavorava pregava per la salvezza dell’anima sua e per la conversione della sua Birmania». Viveva da povero: quello che aveva lo dava ai poveri. «La sua gioia – continua Sampietro - gli derivava dalla sua grande fede e dalla carità che viveva sempre in modo esemplare attraverso l’esperienza del dono. È questa la grande lezione di fratel Felice: c’è più gioia nel dare che nel ricevere».

Pochi anni dopo la sua morte è iniziata la causa di beatificazione, ora approdata alla fase romana. Nel giugno di quest’anno il Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca, ha incontrato il cardinale Angelo Amato, della Congregazione delle Cause dei Santi, ottenendo da lui l’assicurazione che entro il 2018 sarà presa in esame la Positio di fratel Felice. La memoria di fratel Tantardini – che padre Piero Gheddo ha immortalato nel libro “Il santo col martello” (Emi, 2000) - continua a vivere nell’orfanotrofio che porta oggi il suo nome, sovvenzionato dal contributo generoso di amici e parenti e della parrocchia di Introbio.

Quella di fratel Felice è davvero un’avventura poco nota fuori dalla sua terra natale, ma che merita di essere conosciuta.

Felice nasce il 28 giugno 1898 a Introbio (Lecco), sesto di otto figli di Battista e di Maria Magni. Finita la terza elementare, lavora come fabbro con il fratello maggiore Giuseppe. Nel corso della Prima Guerra Mondiale viene fatto prigioniero dagli austro-ungarici e internato in un campo di concentramento da cui evade: inizia così un’odissea che lo porta attraverso i Balcani fino in Grecia. Rimpatriato, matura la sua vocazione missionaria: il 20 settembre 1921 entra nel Pime e il 2 settembre 1922 parte per la Birmania come “fratello cooperatore”, cioè missionario laico consacrato a vita. In terra di missione trascorre quasi 70 anni, con un solo ritorno in patria nel 1956 per un periodo di riposo. Fra popolazioni tribali tormentate da fame, malattie e guerre, fratel Felice è il “fabbro di Dio”, missionario al 100% a servizio di tutti nelle varie missioni: fabbro, falegname, ortolano, agricoltore, meccanico, infermiere, catechista, sacrestano. Nel 1973 viene nominato dal presidente della Repubblica “Maestro del Lavoro” «per aver contribuito a onorare il lavoro italiano all’estero», formando nell’arte di lavorare il ferro molti giovani birmani. Va in pensione a 85 anni e da allora il suo compito diventa «pregare per la conversione dei poveri pagani»: prega tutto il giorno e la sua dose giornaliera di Ave Maria arriva fino 15 o 20 rosari al giorno, recitati per lo più in ginocchio. Muore il 23 marzo 1991 all’età di 93 anni ed è sepolto nel giardino del Centro disabili “Holy Infant Jesus” a Paya Phyu (un sobborgo di Taunggyi).

Myanmar, Felice Tantardini

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