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Bangladesh, minoranze religiose di nuovo nel mirino degli estremisti

 

 

Sono passati 100 giorni esatti dall’attentato a padre Piero Parolari, ma se il missionario lecchese del Pime sta gradualmente riprendendo una vita normale, la situazione in Bangladesh ha ripreso ad essere molto tesa, specie dopo l’uccisione di un sacerdote hindu avvenuta il 21 febbraio scorsonella vasta regione chiamata Uttorbongo, nel nord ovest del paese.

Nel nord del Paese, teatro dell’aggressione a padre Parolari, la sorveglianza sui missionari, tornata ad aumentare proprio quandosi incominciava a pensare che le acque si stessero calmando, sta provocando alcune conseguenze anche sull’esercizio del ministero. Un esempio: il giovane sacerdote colombiano Belisario de Jesus, associato al Pime per un periodo di missione di alcuni anni in Bangladesh, è stato di recente accompagnato dalla polizia da Dhanjuri, dove viveva e lavorata, alla casa regionale di Suihari, praticamente proibendogli di tornare. Questo perché il giorno prima, durante una festa sportiva alla missione, è stata segnalata la presenza di uomini armati di dubbia provenienza nel bosco vicino.

Ancora. A Kudbir, che finora non era stata messa sotto protezione, p. Emanuele Meli ha sentito arrivare nella notte un gruppo di poliziotti, che ora stanno di guardia continua alla missione, fino al novembre scorso sede di p. Michele Brambilla, prima che fosse eletto superiore regionale.

“Se le restrizioni continuano e ancor più aumentano, occorrerà forse, con rammarico, ripensare alla nostra dislocazione”, commenta amaro un missionario. Meno preoccupante, invece, la situazione per chi sta a Dhaka e dintorni. Prima di Natale, in verità,la polizia ha scoperto a Mirpur, un vastissimo quartiere nella parte nord ovest della capitale, vicino alla chiesa metodista, un covo di fondamentalisti forniti di molte armi, che stavano organizzando assalti a 4 chiese del quartiere. Il pastore metodista di Mirpur (dove ha sede pure una missione del Pime) ha raccontato di essere stato minacciato di morte via SMS da sconosciuti.

In generale, il clima sociale nel Paese rimane segnato da preoccupazione.La tensione non sembra riguardi la maggioranza della gente comune, è piuttosto un problema delle minoranze, che si sentono (e sono) sotto tiro. Il governo, da un lato tenta di reprimere e proteggere, dall’altro minimizza.

L’aggressività del fondamentalismo islamico si è riaccesa ultimamente – come detto - nella regione dell’Uttorbongo, nel nord ovest del paese. Negli ultimi mesi l’area è stata teatro di tre assalti armati a templi hindù, profanazioni di statue e simboli religiosi, tentato assassinio di un pastore protestante e di un missionario cattolico, e il 21 febbraio scorso dell’assassinio di un sacerdote hindu. L’uomo, che officiava in un tempio da lui stesso fondato ed era noto per la sua pietà e bontà, è stato accoltellato da sconosciuti mentre la mattina presto si recava al tempio per abluzioni e preghiere. Gli assalitori hanno poi sparato contro alcuni testimoni del fatto, ferendone uno, e hanno esploso bombe rudimentali per coprirsi la fuga, in motocicletta.

L’attentato è stato rivendicato da una fonte che si definisce dell’ISIS, ma la cui autenticità non è sicura. Si brancola nel buio circa i motivi della scelta di quel particolare “bersaglio”, e anche per gli autori del delitto. La polizia ha arrestato tre uomini nella zona e li sta interrogando; uno di loro è membro di un gruppo fondamentalista fuori legge.

Le autorità, come detto, hanno intensificato la vigilanza speciale – in opera già dal novembre scorso - sui luoghi dove vivono e operano missionari stranieri, in qualche caso obbligandoli a lasciare le loro stazioni isolate e a vivere insieme ad altri, in luoghi custoditi. Si fa notare, però, che in tutto il Bangladesh finora solo tre stranieri sono stati oggetto di attacchi o minacce, mentre per lo più si è trattato di bengalesi, hindu o cristiani.

Il Bangladesh attende padre Parolari e lui non vede l'ora di tornarci

 

«Sarà pure nato italiano, ma era bangladeshi al cento per cento. E tutti ne sentiamo la mancanza».  Così ha detto, di recente, una cristiana della parrocchia in cui operava padre Piero Parolari, a Dinajpur, nel nord del Bangladesh, dando voce a un sentire comune, ben documentato dall’articolo uscito il 24 marzo scorso sul principale quotidiano in inglese del Bangladesh, intitolato «I malati di Dinajpur sentono la mancanza del loro medico italiano».

Come i lettori ricorderanno, padre Piero Parolari - 64 anni, membro del Pime – è stato ferito seriamente in un attentato di matrice islamista il 18 novembre scorso,costato al missionario ferite fisiche e psicologiche notevoli. Ora, fortunatamente, padre Piero, che si trova in un luogo tranquillo della Brianza, sta gradualmente recuperando le forze e spera di tornare in Bangladesh nei prossimi mesi. 

Ebbene, se il Bangladesh attende padre Parolari, il diretto interessato prova i medesimi sentimenti. Lo ha fatto capire venerdì sera, prendendo la parola (per la prima volta in pubblico dopo l’attentato) durante una veglia di preghiera in memoria dei missionari martiri a Lecco, sua città di origine.  

Del resto, appena arrivato in Italia, per essere ricoverato al Bambin Gesù di Roma, aveva detto al suo confratello Francesco Rapacioli, anch’egli missionario e medico, ora rettore del Seminario teologico di Monza: «Sia chiaro che, quando mi riprendo, in Bangladesh ci ritorno». Padre Rapacioli, durante la veglia a Lecco, ha spiegato quest’affermazione a prima vista temeraria. «Leggendo le situazioni con l’occhio del missionario, il giudizio cambia. Perché dove c’è terrorismo islamico, le prime vittime sono proprio le persone che appartengono a quella fede, che viene estremizzata. Costoro non possono andarsene: allora diventa importante che noi, che ne avremmo la possibilità, rimaniamo. Per continuare a testimoniare il Vangelo». 

Padre Piero è perfettamente cosciente del pericolo: in Bangladesh si susseguono gli omicidi di blogger critici verso la deriva fondamentalista del Paese(pochi giorni fa si è verificato l’ultimo della serie). Inoltre, i suoi confratelli, nel nord del Paese, continuano a girare scortati. E tuttavia egli non nasconde il sogno di un ritorno in missione (che, con ogni probabilità, non sarà imminente) perché – ha spiegato - «la relazione che abbiamo costruito in questi anni con le persone povere è così bella e ricca che è come se appartenessero alla mia famiglia».  

Parlando dell’attentato (un proiettile sparato da vicino gli è passato attraverso il collo, senza toccare, miracolosamente, alcun organo vitale), padre Piero ha detto: «Mi è stata ridonata la vita. Attraverso questo incidente cresce in me la consapevolezza di essere ancora di più gratuitamente amato da Dio».E ha aggiunto, facendo riferimento a tutti coloro che lo hanno seguito dopo l’attentato: «Tante persone che si sono prese cura di me; ricordandole – ha continuato padre Piero nel suo racconto - mi è nata dentro tanta gratitudine immensa». E ha concluso: «Tutto mi è stato donato: vita, fede, la mia famiglia molto unita, l’essere medico e missionario; anche i tanti ammalati poveri che ho incontrato in Bangladesh sono stati per me un dono». 

Su fronte delle indagini, il capo della sezione investigativa della polizia di Dinajpur afferma che sei persone sono state arrestate in connessione con il crimine, appartenenti a due diversi movimenti estremisti. L’inchiesta, tuttavia, non è conclusa e si cerca di raccogliere ulteriori elementi.