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"Casa della tenerezza" di Rajshahi in festa per i primi 25 anni di vita

Padre Franco Cagnasso ha dedicato una delle sue ultime imperdibili “schegge” alla “Casa della tenerezza” di Rajshahi, progetto che gli sta particolarmente a cuore. L’articolo che segue è una rielaborazione, con alcune aggiunte e integrazioni, dell’originale. Grazie a padre Franco per la pazienza.

Si chiama“Snehonir”, che in lingua bengali sta per“Casa della tenerezza”. È un piccolo centro di accoglienza per disabili, nato quasi per casonella missione di Rohanpur,nel nord-ovest del Bangladesh, mache ha da poco varcato il traguardo dei primi 25 anni di vita. Sorto a Rohanpur, presto si  è spostato in città, a Rajshahi, dove ora si trova, avendo da circa 10 anni una casa propria, cui hanno provveduto le suore Shanti Rani

I festeggiamenti per l’anniversario avrebbero dovuto essere celebrati nel novembre 2017, ma il viaggio del Papa in Bangladesh ha fatto sì che la data venisse spostata all’inizio di febbraio 2018.

Il centro è sorto in maniera quasi fortuita. Ricorda padre Franco Cagnasso, oggi responsabile della struttura: «Circa 25 anni fa un papà disperato consegnò alla parrocchia un bimbo, Robi Hasda, di quattro mesi gravemente denutrito, rimasto orfano di mamma. Suor Gertrude Costa, bengalese, della congregazione locale “Regina della Pace”, e i miei due confratelli Gianantonio Baio e Mariano Ponzinibbi decisero di tenerlo e trovargli una mamma adottiva. Ma, arrivato a nove mesi di età, il bamnino fu colpito dalla poliomielite e rimase completamente paralizzato dal collo in giù: muoveva solo la testa. Iniziò una lunghissima, ostinata lotta di suor Gertrude, che con incredibile tenacia e anni di fisioterapia e cure, è riuscita a cambiare gradualmente e radicalmente situazione di Robi».

Oggi il giovane si sposta bene in carrozzella, gioca a cricket e ha persino completato un Master in economia. Mentre egli lentamente progrediva, altri papà, mamme e parenti portarono alla missione (non esisteva ancora alcuna struttura e neppure una organizzazione per questo scopo) i loro bimbi con qualche disabilità. La prima di esse, Flora, anche lei colpita da polio, lavora ora in un progetto della Caritas per bimbi di strada.

Spiega Cagnasso: «Vedendo con quanta naturalezza bimbi “normodotati” si mescolavano con i “disabili”, si decise, via via, di dare spazio anche a qualcuno di loro, creando una comunità molto varia: maschi e femmine, con disabilità differenti o normodotati, gruppi etnici diversi, educando i più anziani farsi carico dei piccoli. Denominatore comune, la povertà; obiettivo comune, l’aiuto reciproco, la convivenza gioiosa e senza complessi, l’impegno di dare il meglio per costruirsi un futuro se possibile indipendente».

Oggi la comunità - che ha preso forma strada facendo - conta 43 membri. Padre Franco svolge il ruolo di responsabile da 6 anni in qua ma ci tiene a precisare che al cammino di “Snehonir” hanno dato il loro contributodiversi padri e missionari laici del Pime: Faustino Cescato, Gian Battista Zanchi, Massimo Cattaneo, Francesco Rapacioli. «Io ho trovato la pappa pronta…», si schermisce padre Cagnasso, aggiungendo che «fondamentale è stato l’apporto all’iniziativa fornito da varie suore Shanti Rani: dopo Gertrude, specialmente Dipika Palma, attuale direttrice, e Carolina Murmu, non udente».

Padre Cagnasso non dimentica i festeggiamenti per i 25 anni di “Snehonir”: «Arrivando al Centro qualche giorno prima della festa, mi colpì l’entusiasmo con cui i ragazzi si preparavano, senza stancarsi di provare e riprovare danze, canti, sfilate, storielle... sempre più eccitati e ansiosi, fieri di poter mostrare quello che sapevano fare: la loro gioia mi contagiava, anzi, mi conquistava. La sera della vigilia, dopo una bella processione eucaristica dalla casa dove abitavano prima a quella attuale, e un’adorazione in un piccolo campo da giochi dei nostri vicini, è arrivata la cena “piatto in mano”, dopo la quale è partita una raffica di pezzi musicali che hanno trascinato tutti, uno dopo l’altro, sul palco appena allestito. La prima è stata Susmita, la più immediata nell’espressione dei sentimenti, poi il più piccolo, Sivajit che ha danzato per tre ore di fila sul palco con i suoi occhietti ciechi che sembravano prendere vita, e Urmilla, sordomuta, che seguiva a perfezione il ritmo, e via via tutti gli altri. Hanno trascinato sul palco anche me e ho respirato la loro gioia di vivere, di stare insieme, di sentirsi accolti, di voler bene, di muoversi, non importa se aiutati da una stampella».

Non è un caso che l’iniziativa abbia preso corpo, almeno all'inizio, in quella zona:la parrocchia di Rohanpur vanta una lunga presenza dei missionari del Pime e ha festeggiato nell’autunno scorso il centenario della sua fondazione. Nel corso del tempo ha svolto un ruolo importante nell’educazione e nel campo sanitario. Gestisce una scuola primaria, un collegio per ragazzi e ragazze. Migliaia di persone hanno ricevuto un’istruzione e cure mediche dal dispensario. Uno dei sacerdoti del Pime passati da Rohanpur, p. Giovanni Battista Anselmo, nel 1928 è diventato vescovo di Dinajpur, incarico che ha mantenuto fino al 1947. Le sue spoglie riposano nella chiesa di Rohanpur, secondo le sue ultime volontà.

BANGLADESH Alla scuola della radicale condivisione di Gesù

Pubblichiamo una lettera con gli auguri di Natale che padre Franco Cagnasso ha inviato agli amici pochi giorni fa. È una bella testimonianza della tenacia con cui i missionari del Bangladesh, in questo momento di prova, affrontano il loro lavoro, pur consapevoli della «violenza di persone accecate dall’odio» che sta loro intorno.

Carissimi amici

Non posso iniziare questa lettera di notizie e auguri senza ricordare il mio confratello e amico, il medico  p. Piero Parolari. Il 18 novembre scorso, come ogni giorno, si recava in bicicletta a visitare alcuni ammalati, quando alcuni sconosciuti lo hanno accostato e gli hanno sparato. Miravano alla testa, ma “miracolosamente” lo hanno ferito al collo senza ledere organi vitali. La caduta dalla bicicletta gli ha provocato fratture varie, ma la vita è salva. Ora si sta lentamente riprendendo in Italia, mentre la polizia presidia le missioni di Dinajpur, e noi possiamo uscire solo con la scorta. Una situazione che mette a disagio, e speriamo non duri a lungo.

Questo episodio si aggiunge ad altri del genere, forse causati dall’intento di destabilizzare il governo colpendo stranieri che vivono in Bangladesh. Fa parte di una situazione tesa e deteriorata. L’anno era iniziato con tre mesi terribili, pieni di violenza in tutto il Paese, di paura, di persone bruciate vive in autobus e camion, per aver osato sfidare l’assurdo blocco proclamato dall’opposizione.

Poi, gradualmente, la violenza s’è placata, seguita fino a settembre da una relativa calma che ha permesso di tornare alla vita normale.

Al Centro Assistenza di Rajshahi sono ricominciati a venire gli ammalati, mentre a Snehanir, la “casa della tenerezza”, ai circa 30 ragazzi e ragazze con problemi agli arti si sono aggiunti altri 15 fratellini e sorelline con problemi di udito e di vista. Dopo qualche giorno di lacrime e nostalgia, i nuovi si sono adattati bene e ora fanno pienamente parte del gruppo.

Per loro abbiamo preso quattro istruttrici che insegnano usando la scrittura braille e il linguaggio dei segni, secondo le esigenze di ciascuno. Sono la giovane suor Shewly, che affianca suor Dipika nella responsabilità di tutta la comunità; Shanti che, amputata ad un braccio a seguito di un incidente, viveva stentatamente e manteneva una sorella pulendo i gabinetti di un grosso ricovero statale; Paulina, che aveva appena terminato gli studi intermedi; e Agata, che sfida le conseguenze della poliomielite lavorando da noi e continuando a studiare per laurearsi. Tutte e quattro dicono molto ai loro alunni, con le parole, ma ancora di più con la loro vita.

La scuola di Dino e Rotna nella baraccopoli di Dhaka ha fatto progressi inimmaginabili: usando vecchi computer donati da scuole per stranieri, organizza per le ragazze di quinta elementare niente meno che un corso di informatica; i risultati scolastici sono ottimi, abiti smessi aiutano a restare puliti e in ordine accrescendo il rispetto di sé.

Nella baraccopoli, come nei villaggi più poveri, verso i 14 anni una ragazza in molti casi non può continuare la scuola, perché i genitori la vedono come un peso economico e cercano di sbarazzarsene sposandola. Allora Dino e Rotna intervengono promettendo alla famiglia 10/15 chili di riso mensili, a condizione che essa resti a casa, cresca e completi almeno le elementari.

L’ostello dei ragazzi e ragazze Marma “Hill Child Home”, nel sud, ha inaugurato i due dormitori, femminile e maschile a Tong Khyang Para, e ha costruito un recinto per proteggere da frequenti disturbatori i più grandi, che vivono in una sezione staccata vicino alla città. Anche per loro i risultati scolastici sono buoni, e la voglia di studiare c’è.

Il mio incarico di superiore dei missionari del PIME in Bangladesh, svolto per quattro anni, è terminato, e mi succede il giovane p. Michele Brambilla – che era il mio vice. Mi hanno proposto, e ho accettato un nuovo compito: ritornare a Dhaka, quartiere Mirpur 2, dove mi trovavo prima di essere eletto nel 2011, per aiutare p.Quirico nel lavoro parrocchiale. Mi occuperò della formazione di un gruppo di studenti di College che mostrano interesse a diventare missionari e vivono collaborando con noi in parrocchia.

Continuerò anche, come faccio da anni, ad aiutare studenti e ammalati poveri, e a sostenere gli ostelli “Hill Child Home” e “Snehanir”, il Centro ammalati, la scuola nella  baraccopoli  e altre opere.

Le difficoltà non mancano, ma sento profondamente la bellezza di poterle vivere in condivisione con persone semplici, umili, povere, che non hanno responsabilità per i disastri che l’umanità sta provocando a se stessa. E’ il mio modo di credere nella più straordinaria delle condivisioni, quella di Dio stesso che in Gesù viene a “porre la sua tenda in mezzo a noi” e a camminare con noi. A Lui chiedo forza e gioia per continuare, sicuro che la mia vita è nelle Sue mani e non  può certo essere distrutta dalla stolta violenza di persone accecate dall’odio. Che nessuno si impadronisca della nostra anima, questo è l’importante!

È il mio augurio natalizio per tutti voi, accompagnato dalla preghiera riconoscente

Buon Natale!

p. Franco Cagnasso