Cambogia - Celebrati i primi 25 di presenza missionaria nel Paese dei khmer
Il 23 novembre 1990, al banco Cathay Pacific dell’aeroporto di Hong Kong, lo spettacolo era a dir poco insolito; un gruppetto di Suore di Madre Teresa, avvolte nell’inconfondibile sari, attorniate da un cumulo di bagagli stavano per partire per Phnom Penh, dove avrebbero dato vita alla prima presenza delle Missionarie della Carità in Cambogia. Con loro c’era padre Toni Vendramin, del Pontificio Istituto Missioni estere (Pime), sino a quel momento missionario in Bangladesh, che accompagnava le suore in veste di cappellano: a sua volta, anch’egli avrebbe dato vita alla prima comunità del Pime in quel Paese.
Sono passati 25 anni da quel rocambolesco inizio: un quarto di secolo durante il quale tanto il Pime quanto le Suore di madre Teresa hanno collaborato, ciascuno secondo il suo specifico carisma, alla rinascita della Chiesa cambogiana dopo la durissima prova dell’epoca di Pol Pot. Prima dell’avvento dei khmer rossi, infatti, agli inizi degli anni Settanta, i cattolici in Cambogia erano circa 65mila; all’indomani della fine di quello che si rivelerà come uno dei più crudeli e violenti regimi del Novecento, erano ridotti a un decimo e dispersi per tutto il Paese.
I primi 25 anni di missione del Pime e delle Missionarie della Carità sono stati ricordati pochi giorni fa – il 3 dicembre, festa di san Francesco Saverio – con una Celebrazione eucaristica a Phnom Penh, presieduta dal vicario apostolico Olivier Schmitthaeusler, missionario francese dei Mep e presidente della Conferenza episcopale Laos-Cambogia. Con lui erano presenti, insieme a sacerdoti e religiose locali, il gesuita spagnolo Enrique Figaredo Arvargonzalez e il missionario Mep, indiano, Sudairaj Antomysamy, rispettivamente prefetto apostolico di Battambang e di Kompong Cham.
Monsignor Schmitthaeusler ha ripercorso il lavoro svolto negli anni dalle due realtà missionarie al centro dei festeggiamenti. Delle Missionarie della Carità ha ricordato principalmente il servizio ai bambini abbandonati, orfani e malati di Tbc e Aids. Quanto al Pime, il vicario apostolico della capitale ha ricordato il prezioso impegno, svolto inizialmente sotto la veste dell’ong New Humanity, a sostegno della rinascita delle facoltà di Filosofia e Sociologia presso l’Università reale di Phnom Penh e, di pari passo, i programmi di sviluppo rurale, le iniziative di alfabetizzazione e a sostegno delle persone con disabilità. Nel 2016 le attività di New Humanity verranno affidate alla diocesi locale e monsignor Schmitthaeusler ha promesso che «con gioia il Vicariato di Phnom Penh sosterrà i giovani disabili a Kandal, continuando il lavoro di New Humanity», così come monsignor Figaredo continuerà un analogo impegno nel vicariato di Battambang.
Monsignor Schmitthaeusler non ha fatto mistero di stimare molto il Pime. «La mia vocazione Mep – ha aggiunto - è nata in Giappone, seguendo le orme di padre de Rotz che era un pioniere del XIX secolo per trent'anni nella zona di Nagasaki dove abbiamo trovato migliaia di discendenti dei primi battezzati da Francesco Saverio. Padre de Rotz è riuscito a coniugare evangelizzazione e promozione umana. Dalla sua parrocchia sono giunti 300 suore e 30 sacerdoti, tra cui 5 vescovi e un cardinale! Ma se avessi letto la storia del beato Padre Mario Vergara in Birmania, avrei certamente scelto il Pime! Ha servito 29 villaggi cattolici sparse in foresta. Sacerdote, educatore e medico, ha costruito scuole, chiese, orfanotrofi e cliniche nonostante la sua fragile salute e la malaria. Questi grandi missionari, martiri e santi, ufficialmente riconosciuti e non, segnano la storia delle nostre società e delle nostre congregazioni religiose missionarie».
Padre Ferruccio Brambillasca, superiore generale del Pime, visitava la Cambogia per la prima volta. Nel suo intervento ha detto: «Solo ora comincio a capire un po’ su come questa missione funziona. Tuttavia, devo dire che, anche se non avevo familiarità con essa, sono sempre stato interessato a questa missione. Non solo perché, nel mio lavoro missionario in Giappone per 15 anni, ho avuto modo di conoscere i volontari giapponesi che sono venuti a lavorare qui, ma anche perché questa missione in Cambogia non si adatta allo stampo classico di missione che ha molte strutture, chiese e cappelle, un sacco di preti e suore e di fedeli, ma si tratta di una "missione pura" al suo inizio, in cui, con lo Spirito Santo, si è liberi di lavorare per il bene di questo Paese e per la sua gente».
Ha poi riaffermato la volontà dell’istituto di continuare a lavorare totalmente a servizio della Chiesa locale (con l’eccezione della sua sede, il Pime in Cambogia non è proprietario di nessuna delle strutture che ha promosso) e ha ribadito la specifica priorità missionaria, ossia il lavoro tra i non cristiani, «attraverso il dialogo religioso, l’assistenza umanitaria e l’evangelizzazione diretta, perché queste attività sono per noi sia il punto di partenza che l’obiettivo del nostro lavoro».
E ha concluso: «In un Paese come la Cambogia che ha conosciuto gli orrori della guerra e della violenza, ogni missionario Pime è chiamato ad essere un uomo di comunione e di pace, in grado di colmare le differenze culturali e religiose».
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