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Mae Suay: il bello della sfida educativa, tra successi e cadute

Terminata la Settimana Santa, qui a Mae Suay sono iniziati i campi estivi di catechesi.

Mentre vi scrivo, sento le voci dei ragazzi che ripetono il catechismo. Stanno frequentando tre giorni di campo estivo, nel quale il “cuore” è rappresentato da otto ore di catechesi, intervallate da attività, giochi e momenti ricreativi… Avete letto bene: otto ore! Pesante? Forse sì, ma con la recondita speranza che resti qualcosa nel cuore dei ragazzi. Ebbene: li sento ridere, scherzare. Soprattutto vedo i miei ragazzi dell’ostello, che l’anno prossimo frequenteranno la terza media, che sono venuti volontariamente a fare gli educatori. E penso a tutte quelle volte che durante l’anno sono intervenuto per sgridarli, correggerli, spronarli perché a scuola non studiano o perché ne combinavano sempre una. Come mai durante questa “tre giorni” si sono impegnati senza dare problemi? Come da noi in Italia, ecco la funzione dell’oratorio: un ambiente educativo. All’improvviso questi ragazzi mi sembrano maturi e responsabili; ringrazio Dio in cuor mio che abbiano avuto la possibilità di fare questa esperienza che spero possa servir loro per il nuovo anno scolastico per essere più di esempio ai “piccoli “. 

Finito il campo, tornati a casa, cosa troveranno al villaggio? Sono figli di famiglie cattoliche, ma ormai non è più scontato essere figlio di cattolici per dire che tutto andrà come dovrebbe andare o almeno sperare che accada! Inoltre il villaggio non è il paesino tranquillo dove ancora si può vivere in una dimensione abbastanza “protetta”: oggi il villaggio fa i conti con fenomeni come droga, alcol, promiscuità sessuale. Villaggio vuol dire anche lavorare coi genitori nei campi, famiglie divise da divorzi, compagnie di amici che ti trascinano nella foresta a fare chissà che cosa... Quando poi arriva il prete al villaggio per dire la Messa, è lo stesso prete che hai abbracciato prima di tornare a casa dopo il campo estivo riconoscente per la bella esperienza fatta. Invece adesso lo saluti quasi forzato perché i tuoi amici ti stanno guardando e non vuoi far vedere loro che sei “figlio” della missione…

Avere speranza nei giovani significa misurarsi anche con questi atteggiamenti. L’importante è seminare, ma spesso vorresti vedere subito i frutti della semina, soprattutto per le tante parole spese a favore di una coerenza di vita. Forse i tempi non sono ancora maturi e poi, non essendoci le basi di genitori che abbiano fatto esperienze come loro quando erano adolescenti, è difficile trovare nelle famiglie un valido aiuto per potere condividere lo stesso modello educativo. Per la maggior parte di essi infatti, la missione non è altro che il posto dove “parcheggiare” i figli perché sanno che non gli facciamo mancare nulla. Solo per alcuni è luogo di crescita spirituale e umana!

La speranza che le cose cambino si rinnova ogni anno la notte di Pasqua. Anche quest’anno 50 catecumeni hanno ricevuto il battesimo, di cui 12 adolescenti.  Se gli adulti, tramite il Battesimo, diventano esempio per i più giovani nel vivere da cristiani in modo pieno, la speranza è che questi 12 adolescenti possano già da adesso essere semi di speranza nei rispettivi villaggi e nei luoghi dove studieranno, nonostante la fatica di essere cristiani al giorno d’oggi.

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