Skip to main content

Marcello Candia, 100 anni fa nasceva l'imprenditore della carità

Pochi giorni fa, il 27 luglio, cadevano i 100 anni dalla nascita di una grande figura missionaria: Marcello Candia, l’imprenditore milanese che lasciò tutto per i poveri del Brasile e morì nel 1983. Di lui è aperta la causa di beatificazione.

 

In occasione dell’anniversario, le Edizioni San Paolo hanno pubblicato “Fare bene il bene”, una nuova biografia a firma di Luca Crippa, che dipinge Candia come il “laico per i poveri” che papa Francesco invoca continuamente.

 

Per celebrare il centenario della nascita di Marcello Candia, il 10 ottobre prossimo alle ore 20 alla Scala di Milano si terrà uno straordinario concerto di musica sacra, per quattro voci soliste, coro e orchestra: la “Messa da Requiem” di Verdi. I biglietti di ingresso sono riservati agli amici ed ai benefattori della Fondazione Candia e a tutti coloro che volessero diventarlo in questa solenne occasione. Unico punto di prenotazione dei biglietti di ingresso per la serata è presso la Fondazione Marcello Candia, Via Colletta 21, Milano, dal lunedì al venerdì dalle ore 9.30 alle ore 12.30; tel 02. 5463789

Sull’ultimo numero della rivista della Fondazione Candia don Mario Antonelli, consigliere della Fondazione, teologo e già missionario in Brasile, ha scritto un bel ritratto di Candia. Lo proponiamo qui sotto integralmente.

Marcello Candia: una luce di santità che rischiara un secolo di oscurità e di promesse. Nasce poco dopo lo scoppio dell’“inutile strage” della grande guerra; muore poco prima di quel crollo di un muro che dovrebbe annunciare l’apparire di ponti di pace. In uno scenario di ingiustizia civile ed egoismi nazionali, Marcello è stato un uomo giusto. Per lui “giustizia” significa stare al proprio posto: nella storia, nelle relazioni con gli altri, nel rapporto con Dio. Da qui ecco la sua solerte applicazione agli studi; da qui la sua generosa frequentazione dei poveri e delle missioni. L’uomo giusto, infatti, sta al suo posto: che è la casa con i suoi affetti familiari, che è il mondo con le sue diversità e le sue povertà. Negli anni della conduzione dell’azienda cercava di unire sviluppo industriale e promozione delle maestranze: e ha cercato la giustizia anche nel dramma del disastro che praticamente cancellò la sua azienda. Infine continuò questa sua passione per la giustizia lasciandosi attrarre dal grido dell’Amazzonia, dalle attese di oppressi e scartati, chinandosi sui piccoli e sui poveri, come “buon samaritano” che fascia le piaghe dei tanti che giacciono come morti ai margini della società, come mano aperta di Dio che sazia la fame di ogni vivente.

In un secolo tanto ingiusto, la giustizia ha rivestito cuore e mani di Marcello. Uomini e popoli a contendersi potere, terre e ricchezze: Marcello apprende a non preoccuparsi del suo vestito e del suo cibo, né del suo domani: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno poste davanti” (Matteo 6,33). Familiarizzando con la giustizia di Dio, riconosce che “tutte le cose della vita”, il cibo, il vestito, il tempo, gli sono poste davanti; cercando di agire come Dio - il quale nulla possiede, ma tutto promuove - accoglie e gestisce i beni come dono, destinati non già a un possesso egoistico, ma al servizio di tutti. Chi ha testimoniato per la sua beatificazione ricorda che «per lui la vocazione missionaria era un senso di giustizia. In fondo lui diceva sempre: Io ho tanto ricevuto; questi hanno ricevuto di meno, quindi lo faccio per giustizia. Io non faccio niente di particolare, faccio qualcosa a cui sono chiamato per giustizia». E “per giustizia” Marcello ha sentito che aiutare non bastava; mosso dallo Spirito di Dio, il suo cuore lo portava a condividere la vita dei piccoli e dei poveri in Amazzonia. Tutta la sua professionalità a servizio di una carità che si faceva presenza; “stando con loro” ascoltava con la passione materna di Dio i gemiti e le suppliche e con intelligenza creativa, “faceva con loro e per loro” le opere della carità. Nella sua solidarietà non v’era nemmeno l’ombra di una compassione vaga e disimpegnata o di un’elemosina che copre ingiustizie clamorose; anzi, il suo dare beni e risorse esprimeva quel dare se stesso che è l’arte di Dio. Quando uno è maestro nell’arte di Dio, la sua santità stupisce e contagia: in vita e in morte. Ma da dove gli veniva quest’arte? Da una cura quotidiana della vita cristiana. Nell’intimità con Gesù sentiva il dolore del mondo, il rantolo dei poveri e degli ammalati, il loro sospirare una vita dignitosa. Dalla sua mamma, da fra’ Cecilio, dai missionari incontrati, ma soprattutto dai poveri e dai lebbrosi aveva ricevuto l’abbecedario della santità: e lo leggeva, giorno dopo giorno, lo cantava come balsamo sulle piaghe dei lebbrosi. Nella preghiera Marcello educava l’orecchio del suo cuore a sentire ciò che geme nei bassifondi della terra e ciò che si intona in cielo. Poco prima della sua morte confidava: “Quando sono arrivato a Macapá avevo molti mezzi economici perché avevo appena venduto il mio stabilimento e volevo impiegare tutto per fare un ospedale e altre opere. Ero un uomo religioso, ma con buoni mezzi e contavo molto su questi mezzi e sulla mia esperienza di organizzatore. Però, quando ti trovi davanti a sofferenze vastissime e profonde, davanti a malattie che deturpano il corpo come la lebbra, davanti a casi umanamente disperati, allora ti accorgi che se anche tu crei un’organizzazione ricchissima e perfettissima per curare i corpi non risolvi ancora i problemi di questa gente. Senz’altro bisogna usare i mezzi tecnici, bisogna creare ospedali, dispensari, lebbrosari, centri sociali efficienti; ma tutto questo non è nulla se non c’è la vera carità che viene da Dio, se non c’è la donazione della propria vita al fratello. Ho capito insomma che la priorità assoluta è quella spirituale”. Amico e fratello, lo veneriamo e vogliamo imitarlo: ancora oggi, stupiti e contagiati. 

  • Creato il .