La sfida delle migrazioni di scena al Seminario del Pime di Monza

Un folto e motivato pubblico (se n’è avuta conferma dalla raffica di domande rivolte ai relatori) ha preso parte alla prima giornata del convegno “L’Esodo. Stranierità e fede”, a Monza presso il Seminario teologico del Pime, che l’ha promosso insieme al Centro missionario Pime di Milano.
L’intera giornata è stata dedicata all’analisi del fenomeno migratorio oggi in Italia. Tanto il prof. Maurizio Ambrosini, sociologo, nel sui intervento sui movimenti migratori attorno al Mediterraneo, quanto Anna Pozzi, giornalista di Mondo e Missione, che ha parlato della tratta di esseri umani (i “nuovi schiavi del XXI secolo”), hanno colpito positivamente i partecipanti all’incontro per la chiarezza dell’esposizione, la capacità di analisi di situazioni e processi complessi e, soprattutto, l’abilità nello smontare pregiudizi e stereotipi in circolazione sugli immigrati. Nel pomeriggio è toccato a don Fabio Corrazzina, parroco di Santa Maria in Silva a Brescia portare la sua testimonianza su “Quando i migranti sono in parrocchia”.
Con una serie di esempi ficcanti, Ambrosini ha mostrato come nel nostro vocabolario “migranti” sono coloro che noi percepiamo come “diversi” (tant’è che campioni sportivi, cantanti di altri Paesi e via dicendo) non sono ritenuti tali. «Chi è riscattato dalle eccellenze individuali, da un portafoglio ricco, da un passaporto forte non è più immigrato». Gli immigrati – ha spiegato il sociologo - sono stranieri e poveri, in altre parole vivono «una doppia alterità».
Molteplici (e spesso gravi) le differenze tra realtà e rappresentazione nel caso del fenomeno migratorio. Così, nella percezione diffusa in Italia si vivrebbe un aumento drammatico del numero di migranti (in realtà i numeri sono stazionari); addirittura, a causa dalla crisi; da 2 anni diminuisce il numero di figli nati da coppie di immigrati. La provenienza? Si pensa sia prevalentemente da Africa e Medio Oriente, mentre è l’Est Europa a fare da padrone. Gli immigrati ce li immaginiamo, in Italia, come soprattutto, maschi e musulmani, mentre sono in prevalenza femmine e di religione cristiana.
Ambrosini si è poi soffermato in maniera puntuale (e talvolta polemica) sui meccanismi di ingresso di migranti in Italia: il grosso degli arrivi – ha spiegato – non avviene con i famigerati barconi ma per via legale. Ha messo poi in evidenza le logiche contrapposte di chi l’immigrazione la vuol favore, perché sa che il Paese ne ha bisogno (aziende manifatturiere, mondo del turismo, ambiente accademico…) e chi – i governanti che strizzano l’occhio all’opinione pubblica – che,a parole, si mostrano fautori di una politica “severa”, ma nei fatti non possono che consentire che il flusso di migranti prosegua. Chi altrimenti si occuperebbe dei nostri anziani (1,5 milioni di immigrati, quasi tutte donne, lo fa oggi).
Il sociologo ha poi spiegato come sia riduttivo affermare che le migrazioni sono una conseguenza della povertà. Esse hanno piuttosto a che fare con le disuguaglianze di opportunità. «Il maggior fattore di disuguaglianza è il passaporto, spesso più del tasso di istruzione, colore della pelle».
Nel mondo i migranti sono 235 milioni, il 3% del totale. «Magari i poveri fossero così pochi! – ha affermato Ambrosini - In realtà vuol dire che il grosso dei poveri rimane dov’è». La questione, ha concluso, è che le migrazioni sono un processo selettivo: i poverissimi non hanno le risorse per migrare, mentre chi emigra ha un minimo di dotazioni di risorse: economiche, culturali (orizzonti più ampi), i contatti e le relazioni sociali.
A sostegno della sua tesi, lo studioso ha preso proprio il caso-Italia: i migranti nel Belpaese non vengono dai Paesi più poveri del mondo, ma da una fascia intermedia (Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine). Nessuno di questi è un Paese dove si muore per fame. Viceversa, dall’Africa subsahariana partono ben pochi migranti per il resto del mondo». E giù un altro stereotipo.
Tra i tanti numeri citati, uno è rimasto particolarmente impresso nei presenti: i rifugiati nel mondo attualmente sono accolti per l’86% del totale da Paesi poveri. Da manuale il caso del Libano: 1,5 milioni di immigrati su un totale di 4.5: come se l’Italia accogliesse la bellezza di 20 milioni di persone straniere.
In conclusione, Ambrosini, dopo una serie di affondi su questioni calde (dallo “ius soli” e “ius sanguinis” alla situazione dei minori non accompagnati), ha preso per le corna uno degli slogan più fortunati della propaganda populista, il famoso “aiutiamoli a casa loro”. E lo ha smontato numeri alla mano, spiegando che gli aiuti internazionali non possono sostituire l’immigrazione, perché le rimesse degli immigrati sono enormi (prima voce della bilancia dei pagamenti in Moldova, Salvador, Eritrea).
È toccato poi ad Anna Pozzi, giornalista e saggista (è autrice di vari libri sull’argomento), soffermarsi sulla complessa questione della tratta e, in modo particolare, dello sfruttamento sessuale cui moltissime donne, nigeriane in particolare sono obbligate a sottostare. La giornalista, da poco tornata da un viaggio in Nigeria, ha mostrato un filmato molto intenso che narrava il rimpatrio volontario di alcune ex prostitute, segno tangibile di una possibilità di cambiamento della drammatica situazione.
Mixando dati sul fenomeno e conoscenza diretta, frutto di viaggi (è pure segretaria generale di “Slaves no more”, un’associazione che lavora per contrastare questo tremendo fenomeno«fortemente denunciato anche da papa Francesco»), Anna Pozzi ha costruito un racconto di come un mix di cause economiche (gli squilibri evidentissimi in un Paese dalle immense potenzialità), culturali (analfabetismo diffuso, specie tra la componente femminile della popolazione) e politiche (la corruzione endemica) abbia creato un fenomeno ormai consolidato, ossia un esodo costante di donne che partono per l’Europa sulle ali di un sogno di riscatto e finiscono sui marciapiedi del Vecchio continente.
Un fenomeno che, in Italia, è alimentato da una domanda che non accenna a diminuire (si stima che siano tra i 9 e i 10 milioni le prestazioni sessuali in un mese), ragion per cui un cambiamento – ha detto la Pozzi in conclusione – non sarà possibile fin quando non verrà rovesciato un modello culturale imperante che tratta la donna come merce, che si tratti di una nigeriana obbligata a prostituirsi o un’indiana costretta alla maternità surrogata.
Il convegno continua oggi con approfondimenti di carattere biblico (don Matteo Crimella) e cinematografico (don Gianluca Bernardini), per concludersi con un affondo sulle problematiche socio-politiche più scottanti del momento.
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