
Padre Damiano Tina, missionario del Pime, opera in Messico dal 2008, sui monti del Guerrero, a 150 km circa da Acapulco. A pochi giorni dalla visita di Papa Francesco l’abbiamo intervistato.
Come sta vivendo la gente messicana l’attesa per la visita del Papa?
La visita del Santo Padre è certamente una delle visite più importanti. Il Messico è un grande paese di tradizione cristiana ed è la casa della Vergine di Guadalupe, la patrona del continente americano.
L'attesa sta crescendo, ne parlano giornali e televisioni che copriranno l'evento in maniera totale ma, bisogna anche dire che solo nelle aree che il Papa visiterà direttamente c'è una forte attesa. Il resto del Paese non è in subbuglio per il Papa, bensì per la situazione di violenza e insicurezza ormai a livelli molto preoccupanti.
E i tuoi fedeli dell'area mixteca?
La nostra gente delle montagne non sa neanche chi è il Papa. Il nome Francesco viene ripetuto in ogni celebrazione eucaristica ma la gente non lo conosce e non ha mai letto o sentito nulla di Papa Francesco. Questo la dice lunga sul nostro livello di Chiesa locale. Qui siamo ancora all' ABC della fede cristiana.
In quale contesto si inserisce questa visita? In questo momento c'è molta violenza contro la Chiesa e gli uomini di Chiesa...
Il Paese attraversa uno dei momenti più difficili della sua storia: violenza, insicurezza, corruzione, sequestri di persona, narcotraffico. La politica non è riuscita e non riesce a dare risposte perché è ormai compromessa con la delinquenza. Questo è il paese del Chapo Guzman, la politica la fa lui, gli altri sono solo uomini-fantoccio.
E la Chiesa?
Quanto alla Chiesa messicana è ancora ferma alla struttura gerarchica portata dagli spagnoli. Una Chiesa, il più delle volte, ripiegata su se stessa e che vive di pura sacramentalizzazione. Un vero cammino di evangelizzazione non è mai stato fatto e le voci profetiche all'interno della Chiesa sono ben poche. Diversi sacerdoti sono stati uccisi e le ragioni rimangono oscure. Ci auguriamo che il Papa possa dare una "scossa" e aiutare un processo di rinnovamento e di "uscita" che farebbe molto bene a questa Chiesa.
La visita del Papa durerà ben 7 giorni, dal 12 al 18, molti per un solo Paese. Come leggi la scelta del Papa di visitare ben 4 realtà diverse, tutte tappe molto interessanti anche dal punto di vista simbolico?
Il Messico è un grande paese con realtà molto differenti al suo interno. La visita al santuario mariano più importante del continente mi sembra scontata. Lo stesso Francesco aveva detto che una visita in Messico non poteva non contemplare una tappa dalla "Morenita".
Le altre tappe riguardano il mondo indigeno (Chiapas): il Messico ha fortissime radici indigene e i popoli nativi sono ancor oggi emarginati ed esclusi. Morelia Michoacán: è una tappa che tocca il tema della violenza, dei sequestri, dei cartelli della droga che controllano ormai l'intero territorio. Michoacán è uno stato che vive una situazione molto grave dal punto di vista della sicurezza e dell'attenzione alle vittime della violenza.
Ecatepec è la tappa dedicata alle tanto amate periferie di Papa Francesco. Ecatepec è la periferia di Città del Messico, una periferia ad altissima densità, fatta di emarginazione e violenza.
Ultima tappa sarà Ciudad Juarez, la frontiera con gli Stati Uniti e il problema dei migranti. Sono ormai tantissimi gli uomini e le donne che sono passati da quella frontiera in cerca di fortuna e tanti hanno anche perso la vita. Papa Francesco sarà lì anche per loro.

Padre Carlos Carmona Castro, ordinato prete il 22 luglio scorso nella parrocchiaSagrado Corazon de Jesusad Acapulco, è il primo membro del Pime di nazionalità messicana. Lo abbiamo intervistato.
Puoi parlarci della tua famiglia e comunità cristiana di provenienza?
Sono cresciuto all’interno di una famiglia cattolica praticante; figlio unico ma cresciuto insieme ai miei cugini, fin da piccolo mia madre Maria Guadalupe ha piantato in me il seme della fede. La mia comunità parrocchiale è stata di somma importanza per far crescere questo seme. Mi sono coinvolto in modo più decisivo nella vita della mia parrocchia nella mia adolescenza aiutando come chierichetto, partecipando in dei ritiri che organizzava un movimento chiamato Liga misional juvenil e conoscendo anche la vita dei missionari che lavoravano nella parrocchia, i missionari del PIME.
Come hai sentito la vocazione missionaria?
L’esempio, la testimonianza, il lavoro e l’impegno dei padri del PIME che hanno lavorato nella mia parrocchia è stato fondamentale nel prendere la decisione della vita sacerdotale missionaria. La loro disposizione e vicinanza alla gente ha fatto chiedermi: “perché non faccio come loro? Perché anch’io un giorno non lascio il mio paese come hanno fatto loro per annunciare il messaggio d’amore di Gesù?”. Avevo le idee confuse, anche perché avevo più o meno 14 anni. Fu una frase del Vangelo di Luca ad illuminarmi: “Sulla tua Parola getterò le reti”. Questa frase mi rassicurò ma non presi subito la decisione di entrare in seminario fino ai 19 anni, dopo aver fatto il pre-seminario nel seminario diocesano di Acapulco.
Perché hai scelto proprio il Pime?
Ho scelto il PIME anzitutto per la testimonianza dei padri che hanno dedicato la loro vita a lavorare nella mia parrocchia. Ho scelto il PIME perché ho visto in loro una famiglia: nonostante ognuno venisse da una nazionalità diversa, tutti erano uniti nella costruzione del Regno di Dio e anche perché per me uno che incontra veramente il Signore non lo incontra per se stesso ma per comunicarlo agli altri, per condividerlo ed annunciarlo a tutti con parole ed opere.
Cosa ti hanno dato gli anni di seminario?
Gli anni di seminario sono più che importanti, sono decisivi. In seminario ho esperimentato una vera trasformazione ma soprattutto una conversione. È stato un tempo per “stare con Gesù”, imparare da Lui, conoscerlo attraverso lo studio e la vita spirituale, conoscermi per poter affrontare in un domani le difficoltà che possano presentarsi nel mio ministero. Il seminario mi ha dato la “colonna vertebrale” della mia vita che è un’intima unione con Gesù; se manca questo il mio ministero non avrà un senso.
Sei già stato destinato ?
Mi è stato affidato un servizio all’istituto come animatore, lavorerò nella comunità di Treviso. Nel 2014 ho fatto un’esperienza in Cambogia per cui il mio desiderio era tornare là come sacerdote, ma per quattro anni rimango ancora in Italia; credo che sia una bella opportunità vivere il ministero sacerdotale missionario in mezzo ai giovani; loro sono sinonimo di vita, di gioia, di voglia di vivere, di lavorare, di fare per cui si può imparare tanto e vivere belle esperienze.
Chi ti senti di ringraziare in modo particolare?
C’è tanto da ringraziare, ci sono tante persone a cui dire grazie per tutto quello che mi hanno dato, per l’aiuto che ho ricevuto. Prima di tutto ringrazio al Signore per il dono del sacerdozio che mi ha fatto. Mia madre e la mia famiglia perché mi hanno lasciato libero per servire il Signore lontano da casa. Tanti amici che mi hanno accompagnato in questo camminare. I formatori che mi hanno seguito in Messico e in Italia. La mia comunità parrocchiale del Sagrado Corazon de Jesus in cui è nata la mia vocazione e la comunità di Santa Maria Nascente a Furato che l’ha custodita e curata gli ultimi anni di formazione.
Gerolamo Fazzini

La visita di Papa Francesco ha risvegliato aspettative e speranze nel popolo messicano. I messicani aspettano con impazienza il giorno in cui «amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 85). Un Messico senza violenza è possibile: bisogna crederci e costruirlo.
È quello che anche il Pime, nel suo piccolo, cerca di fare in questo Paese, assumendo con nuovo slancio la sfida e l’impegno dei “pionieri”, arrivati qui già nel 1895 e rimasti sino al 1926, nella diocesi di La Paz, Stato della Bassa California.
Dopo un’interruzione di quasi settant’anni, nel 1993, la missione in Messico viene riaperta, questa volta nello Stato di Guerrero. Al momento i missionari sono sette: i padri Luigi Maggioni e Francesco Bonora ad Acapulco; padre Domingos Tchuda impegnato nello studio dello spagnolo a Città del Messico; padre Giovanni Manco e chi scrive a La Concordia e, infine, i padri Damiano Tina e Deodato Mammana in attesa di aprire una nuova missione nella diocesi di Ecatepec.
Due sono i principali ambiti di azione che il Pime ha assunto: la pastorale indigena e le periferie delle grandi città.
La missione di La Concordia è costituita da trentaquattro villaggi, disseminati sulle montagne dello Stato di Guerrero. Per raggiungerli, occorre percorrere interminabili chilometri di strada sterrata che, in tempo di pioggia, mettono a dura prova.
Solo dalle medie in poi i ragazzi cominciano a usare maggiormente la lingua spagnola. Non è difficile rendersi conto che questo idioma continua a essere vissuto come una lingua straniera, pressoché incomprensibile per la gente comune. Così, per quanto belle possano essere le nostre prediche, finché ci esprimiamo in spagnolo, saranno sempre in pochissimi a capirle. Qui l’inculturazione è indispensabile: da lì la scelta di buttarsi anche nello studio del mizteco. La lingua è uno strumento a servizio del Vangelo. Parlare di Gesù ai miztechi nella loro lingua è l’obiettivo che ci siamo prefissati. Certo non è un’impresa facile, ma abbiamo già prodotto due grammatiche di mizteco e siamo a buon punto con la traduzione del messale.
Il 9 dicembre scorso, festa di san Juan Diego (l’indio a cui è apparsa la Madonna di Guadalupe), è stata celebrata per la prima volta la Messa in lingua locale. E, d’ora in poi, il nove di ogni mese, la celebrazione eucaristica si farà in mizteco. Sbagliando s’impara, perseverando si migliora.
Nei prossimi mesi, il Pime affronterà una nuova sfida: aprire una presenza missionaria nella diocesi di Ecatepec. La realtà è decisamente pericolosa e si trova alla periferia della megalopoli di Città del Messico: un quartiere costruito sui binari de “La Bestia”, il treno che trasporta i latinos che provano a entrare clandestinamente negli Usa. Questa missione risponde all’invito che il Papa rivolge insistentemente alla Chiesa: uscire, andare verso le periferie del mondo.
Il Pime vuole essere presente in mezzo agli ultimi della società, a servizio di popolazioni vulnerabili, di gente scesa dalle montagne in cerca di fortuna e del tutto impreparata alla dura realtà della città. Nella grande precarietà di questo quartiere – chiamato Bronx o Cartolandia – i missionari dovranno portare la Parola che salva. Una Parola capace di rimarginare le profonde ferite della gente, di consolare, educare, accompagnare, lottare per la dignità e i diritti di un pezzo di mondo dimenticato dall’amministrazione territoriale, ma amato da Dio. La missione del Pime sarà espressione della presenza di Dio in mezzo agli anawim Yhwh (i poveri di Javhè). Una presenza che vuole arricchire chi ha perso tutto e dare speranza agli sconfitti.
Nelle ferite profonde di questo popolo, dove cresce il desiderio di vendetta, si dovrà seminare misericordia. Una misericordia che non significa solo clemenza e perdono, ma anche verità e giustizia. I messicani hanno bisogno di pastori presenti nell’ordinarietà della vita. Pastori che non solo consolino le vittime della violenza, ma che pure richiamino i criminali. Pastori che non si limitino a predicare perdono e misericordia, ma che, con coraggio, chiedano insistentemente pentimento e conversione.
padre Ferdinand Komenan (dawww.mondoemissione.it)

Che padre Ferdinand Kouadio Komenan, missionario del Pime di origini ivoriane, avesse confidenza con la penna lo aveva dimostrato alcuni anni fa, pubblicando in edizione bilingue “Costa d’Avorio, politica afrocratica” (“Côte-d’Ivoire, politique afrocratique”), ilibridiemil, Bologna-Italia, 2010.
Ora padre Ferdinand Kouadio Komenan, da alcuni anni attivo in Messico tra i miztecos, ha curato la pubblicazione di due volumi per un totale di 300 pagine per far conoscere la popolazione mizteca e capirne lingua e mentalità.
I testi sono divisi in tre parti. Una prima presenta alcune informazioni sociolinguistiche (storia e origini dei miztechi, geografia, economia, famiglia, cosmovisione, organizzazione sociale, medicina naturale…). Nella seconda si passa alla grammatica (scrittura della lingua dai glifi e pittografie, uso dell’alfabeto latino, i tempi verbali, i numeri...). Infine l’ultima sezione è dedicata al vocabolario e si riferisce a modi di dire, paronimi, parti del corpo umano, lessico bilingue.
In chiusura di volume una raccolta di testi ufficiali utili per lettore non specialista. Comprende la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, la dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di dicriminazione razziale, la legge generale dei diritti linguistici dei popoli indigeni, alcuni articoli della costituzione messicana relativi agli indigeni, nonché il magistero della Chiesa cattolica sui popoli indigeni.
Nato il 25 agosto 1976 a M’Bahiakro in Costa d’Avorio,Ferdinand Kouadio Komenan, dopo gli studi di Giurisprudenza e Filosofia in Costa d’Avorio, ha ricevuto la formazione teologica in Italia. Attualmente opera in Messico, dov’è superiore regionale Pime dal 10 ottobre 2016.