Italia | Morto padre Bonazzoli, una vita spesa per la missione e il dialogo interreligioso
Dopo un periodo di malattia (da qualche tempo era in coma), ieri padre Giorgio Bonazzoli (1934-2015) è morto nella Casa di cura La Pace di Cremona dove era ricoverato.
Padre Bonazzoli è stato un innamorato e grande esperto del mondo induista. Nato a Cremona nel 1934, sacerdote dal 1958, Bonazzoli aveva studiato all’Università cattolica di Milano lettere classiche con specializzazione in sanscrito, la lingua sacra dell’India (mentre insegnava latino e greco nel seminario liceale del Pime a Monza). Nel 1964 era poi partito per l'India dove era rimasto fino al 1989, continuando i suoi studi di sanscrito presso la Sanskrit University di Benares, dove conosciuto i padri Raimond Panikkar e Le Saux. .Aveva anche conseguito la laurea in teologia prima all’Università di Muenster e poi alla Gregoriana a Roma.
Rientrato in Italia aveva insegnato sanscrito all'Università Cattolica, prima di ripartire missionario nel 1993, con destinazione questa volta la Papua Nuova Guinea, dove aveva insegnato nel seminario interdiocesano di Rapolo.
Negli anni in cui la dichiarazione conciliare Nostra Aetate aveva spalancato nuovi orizzonti al dialogo tra il cristianesimo e le altre religioni, padre Bonazzoli era stato un pioniere sulla frontiera dell'incontro con il mondo indù.
«Quando sono andato in India - raccontava in un'intervista rilasciata qualche anno fa a padre Piero Gheddo per Radio Maria - erano gli anni del Concilio Vaticano II, la missione alle genti stava rapidamente cambiando perché i popoli non cristiani avevano acquistato l'indipendenza politica e la coscienza delle loro culture e religioni. Si parlava di vie nuove per la missione. Sono andato in India per conoscere dal di dentro il mondo indù, studiare la cultura indiana, assimilare i valori indù, dialogare con i monaci e i teologi indù. Non per presentare apertamente Cristo, ma nel dialogo parlare di Cristo, quando era possibile e opportuno. Sono andato a vivere in un monastero indù a Benares (l'odierna Varanasi ndr) e dicevo: finora noi abbiamo parlato e parlato, ma abbiamo ascoltato poco. Adesso lasciamo parlare loro e ascoltiamo».
«A chi lo vede dall’esterno come fa il turista l'induismo sembra un rito strano, curioso. Ma il cristiano che cerca di viverlo dall'interno rischia di andare in crisi - continuava padre Bonazzoli in quella testimonianza -. Allora ho pregato e riscoperto certe dimensioni spirituali del rapporto con Cristo, che prima non conoscevo o che avevo dimenticato».
«Della mia esperienza in India sono contento - spiegava -, ma non c'è una conclusione. Il dialogo continua e continuerà fino alla fine del mondo, suppongo. Io ho dato il mio contributo e la mia esperienza era giunta al capolinea. Potevo scambiare le idee e discutere con i pandit indù (i saggi) e anche con il maharaja c'era un buon rapporto, ma più in là non riuscivo ad andare. Avevo visto, parlato e scritto, non c'era un altro sbocco. E poi anche il lavoro che facevo per ilmaharaja era sempre più orientato verso ricerche filologiche, linguistiche del sanscrito che non mi interessavano. In conclusione, la mia permanenza in India non è stata né un fallimento né una gloria. Ho semplicemente fatto un'esperienza di dialogo con i rappresentanti dell'induismo, poi ho lasciato perché quel tentativo era finito, se continuavo non ero più nella linea della mia vocazione missionaria. Adesso il dialogo con l'induismo continua con altri, realizzato dalla Chiesa indiana».
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